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Michele Di Salvo
08 Nov

Cos'è un pensiero indipendente

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  indipendente, Pasolini, pensiero, Politica, Standard, Società

Il sette settembre ho scritto una nota in cui contestavo una certa scelta del segretario della cgil, persona che tengo a precisare in generale stimo molto, anche per il coraggio di alcune scelte e alcune posizioni.

E la stimo ancor più perché "so" che, anche soprattutto grazie ad una certa logica storica della sinistra, certi ruoli "femminili" sono ancora più difficili da portare avanti.

Qualcuno ha ipotizzatizzato potessi in qualche modo essere "contro" la cgil, e la questione e' presto risolta, basta leggere la mia nota su "perché siamo e saremo tutti pomigliano" per chiarire il mio pensiero "sindacale".

Alcuni, molti, mi hanno scritto in privato, ed hanno manifestato il proprio pensiero, discordante dal mio. Ne sono lieto. Intanto ringrazio chi lo ha espresso pubblicamente. Credo abbia "arricchito tutti" con il proprio punto di vista. Ringrazio chi mi ha regalato uno spunto di riflessione ed offerto, gratuitamente come si fa tra persone di cultura il proprio punto di vista. A chi non ho ancora risposto, come sempre, e' certo che risponderò. Se in qualche modo quel piccolo articolo ha stimolato una riflessione, senza alcuna pretesa, allora ha colto nel segno.

Ogni mia critica, ogni volta che cerco di spiegare perché non sono d'accordo, e' sempre in qualche modo un "atto d'amore", un gesto di attenzione su ciò che ci accade a che non ci "accada addosso", nella convinzione che la differenza di punti di vista sia e resti una ricchezza collettiva.

La storia di questo paese e di certe culture di questa società troppo spesso e troppo a lungo ci ha portato a ritenere che si dovesse sempre e solo criticare "l'altra parte" e difendere d'ufficio ed a oltranza la propria, nel errore storico, intellettuale e culturale, che l'autocritica fosse un aiuto "all'avversario" (che da troppo poco abbiamo imparato a non definire "nemico").

Questo il mio pensiero. Questa la mia linea, imposta dalla comodità di svolgere un lavoro intellettuale. Che se da un lato e' certamente più confortevole di andare in miniera, andare nei campi, lavorare in fabbrica o in un cantiere, richiede il prezzo di dire ciò che non va, e di farlo con onesta' intellettuale, senza assoluzioni di parte, o per partito preso, e senza prezzolare per opportunità, stipendio, gruppo politico o altro la propria coscienza. Di gente simile questo paese e questa società e' piena, e di certo non ha bisogno per migliorare se stessa. E se attacco (come faccio da anni) il nepotismo a destra, ancor più ho il dovere intellettuale di farlo "a sinistra" laddove certi "valori" dovrebbero essere più fondanti, e quindi certe deviazioni le considero se possibile anche più odiose. Così su certi malcostumi, su alcune scelte politiche e sociali, sulle facili assoluzioni quotidiane, sui distinguo strumentali...

Questa scelta, credo visibilmente coerente, ancor più visibilmente non mi ha dato carriera politica, non mi ha dato vantaggi imprenditoriali, incarichi pubblici, guadagni facili ne' comodi. Mai. Mi ha procurato alcuni "avversari", e quando questi sono stati palesi ho sempre avuto rispetto, e tratto profitto culturale da un confronto aperto, articolato, anche quando aspro. Se e laddove questa linea mi ha procurato "amici" lo considero un privilegio, perché chi mi legge, chi mi scrive, chi si confronta con me, lo fa sempre sapendo che posso non essere d'accordo, che da me avrà sempre un pensiero pulito e non partigiano (per quanto di parte), il più umanamente possibile onesto intellettualmente, e soprattutto senza alcun genere di padrone.

A quella mia nota sullo sciopero del sei settembre pero' c'e' stato anche chi, in meniera volgare e bassa, oltre che nei termini, nei toni specifici, ha espresso un giudizio pesante, poco appropriato, decisamente strumentale, e intellettualmente falso e umanamente becero. Affermazioni e insinuazioni che evidentemente appartengono alla cultura personale ed al mondo che frequenta chi le ha fatte, dette e scritte. Credo che sia squalificante per me anche solo il riportarle, per quanto sia qualificante ed al contempo squalificante per chi le ha insinuate. Io ho una sola faccia, un solo stile, una sola posizione. Chiara, e pubblica, in tutto quello che dico e scrivo da vent'anni. Ed a me, alle persone che frequento, alle persone che in qualsiasi modo o forma scelgono di starmi accanto, certe cose, certi metodi, certe frasi, certe logiche e certe bassezze non appartengono.

Scusate lo sfogo, e perdonatemi se sul tema non torno più. Ma anche stavolta spero di aver solo colto un'occasione (personalmente sgradita e sgradevole) per continuare a dare il mio punto di vista sulle cose e su questa nostra società. Come sempre, per chi vuol leggere... ...e per "alzare" un po' il livello, vi riporto un brano, sempre poco letto secondo me, di Pierpaolo Pasolini. Che secondo me chiarisce sin troppo bene, ed in modo sin troppo "disvelante" chi è e cosa deve essere un intellettuale.

Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Cos'è questo golpe? Io so

Io so.

Io so i nomi ... so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.

Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. ...

Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.

Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.

Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.

Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.

Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere.

...

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.

Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.

Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.

Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.

Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.

L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.

Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.

E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.

Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.

Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

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Giù le mani dalla cultura, la cultura non è di parte « Michele Di Salvo 03/02/2012 14:46

[...] Sino a quando “una certa sinistra” era all’opposizione, il mondo della cultura vi si identificava pienamente -  in uno con le istanze di libero accesso alla formazione, all’eguaglianza sociale, alle pari opportunità. Oggi – e da quando “una certa sinistra” è diventata parte del governo – questa simmetria lineare è andata persa, accompagnata da alcuni esponenti storici che hanno indubbiamente beneficiato e talvolta abusato nella propria carriera personale di una certa vicinanza con “il nuovo potere”, ed altri rimasti nuovamente “ai margini”; peraltro soffrendo nel vedere che “arrivata al potere” una certa sinistra ha cambiato poco o nulla di quelle reali possibilità di accesso e di apertura tanto auspicate. E bene già lo aveva descritto tutto questo un Paolini che sempre più ci manca umanamente, ma che con grande lucidità già delineava queste contraddizioni – anche sistematiche – sia di appartenenza che di ruolo, nel suo ben noto ma poco letto “io conosco i nomi”. [...]