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Michele Di Salvo
08 Nov

La prossima bolla si chiamerà Facebook generation (9 gennaio 2011)

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  comunicazione, Economia, economia, facebook, finanza, network, Standard, social, socialnetwork, speculazione

Le borse, soprattutto quelle americane, vivono di “bolle” speculative. Una vera “crescita” richiede infatti tempo – spesso molto tempo. Perché le cose dovrebbero funzionare – anche nel “libero mercato” – più o meno così. Un’azienda nasce, cresce, sviluppa il proprio progetto di business, e ad un certo punto ricerca sul mercato una parte (spesso importante) delle risorse necessarie per crescere e sviluppare i propri progetti (spesso considerevoli). A questo punto “si quota”: mette in gioco se stessa, il proprio management, le proprie scelte, i proprio progetti, e condivide la “proprietà” in cambio di risorse per realizzare quello sviluppo e quella crescita che da quel momento appartengono “potenzialmente a tutti” e condividerne i risultati (sia in termini di valore che in termine di guadagni). Questa la “filosofia”.

Già, perché tutto questo dovrebbe considerare, ed invece non considera, il fattore tempo. Da quando cioè l’impresa raccoglie le risorse a quando concretamente “escono” i risultati e quindi le performance “vere”, spesso occorrono anni. E tutto questo si scontra con “l’ansia da prestazione” di chi investe, che si attende (spesso in maniera irrazionale e assolutamente antieconomica) una crescita settimanale (se non quotidiana) per “accaparrarsi” spesso solo psicologicamente un risultato.

E ciò è tanto più vero quando parliamo di alcuni mercati ed alcune “culture finanziarie” come ad esempio quella americana, dove il 40% del reddito delle famiglie dipende dalle rendite finanziarie (basti pensare al fatto che i fondi pensione investono in azioni, e basti pensare che le famiglie investono in fondi azionari con versamenti mensili per accantonare le risorse necessarie all’istruzione dei propri figli o per avere una maggiore copertura assicurativa in campo sanitario), oppure nel mondo anglosassone, dove spesso “i conti” (ad esempio gli affitti o le paghe) sono “settimanali” (e tali sono quindi anche le prestazioni attese da qualsiasi investimento o spesa).

Un investimento “serio” dovrebbe essere di medio-lungo termine. Il che significa entrare nella cultura e nella comprensione che si investe in progetti “che ci interessano” e in aziende che concretamente hanno la possibilità e la capacità di realizzarli, scegliendo di dare a queste imprese il “tempo” per realizzare il proprio sviluppo. Ciò che va in contrasto con la cultura bancaria e finanziaria del procedere per risultati immediati, di portare a casa sempre trimestrali in attivo, e per i manager intascare bonus e share elevate proprio su queste alte prestazioni. Da qui, la necessità “strutturale” del mercato di “speculare” e quindi “creare bolle” speculative… gonfiare mercati e settori attraverso il “giro delle aspettative” e intascare dividendi sui rumors e sulle aspettative.

La “bolla” dei mutui non è stata né più né meno che questo… prestare del danaro sulla “garanzia” degli immobili, poi cartolarizzare i presunti crediti… poi rivendersi i presunti guadagni degli interessi futuri, poi gonfiare il tutto “valutando” sempre più a rialzo questi titoli… sino a emettere “derivati” su questi titoli… ovvero… il nulla… sino ad una esposizione complessiva pari anche a 30volte il reale credito originario… il tutto per gonfiare i bilanci e le prestazioni di fondi e dei titoli azionari delle banche. La bolla precedente era stata quella sulla cd. new economy – e pare stia tornando. In cosa era consistita e su cosa si fondava? Semplicemente sulla anticipazione delle aspettative. Il “vendere” sul mercato la “favola” che una semplice intuizione nata “in un garage” di per sé potesse valere miliardi, e miliardi, e miliardi…

Raccontare che due teenagers avevano inventato microsoft dal nulla, non considerando al “storia vera” di quell’azienda – e così di tutte le altre – il lavoro, i dipendenti, la capacità di stare sul mercato, di avere una strategia di lungo periodo, avere una rete commerciale, avere un progetto di sviluppo ed un programma di ricerca e di acquisizioni strategiche. Della “bolla” della new-economy sono in effetti sopravvissute (in alcuni casi sopravvalutate, in altre sottovalutate) solo poche aziende – che hanno finito per incorporare a prezzi decisamente di saldo “le buone idee” e poco altro di altre aziende che il mercato ha gonfiato enormemente prima di “disfarsene” – lasciando sulla pelle dei piccoli investitori le perdite. Ed è troppo facile gridare alle “banche cattive” che hanno consigliato male – c’è questa componente certamente, ma quella che va corretta è la nostra ansia da prestazione e la pretesa di puntare poco e diventare magicamente miliardari in poco tempo – che è esattamente l’illusione della finanza.

Quella che oggi si prepara è l’ennesima bolla – l’ennesimo processo mediatico che la macchina speculativa sta preparando per inseguire profitto senza reale sviluppo. Ed il meccanismo è sempre lo stesso, sempre il solito, senza nemmeno significative variazioni sul tema. Si prende un settore (diciamo ancora la new economy) si individua un “canale” (ad esempio ciò che fa tendenza di per sé – diciamo i social network) e se ne comincia a parlare entusiasticamente come una nuova gallina dalle uova d’oro… gettando lì “numeri e cifre”. Una volta preparato il terreno (terreno semplice da preparare perché bene o male ognuno è parte di un social network e il passa parola sulle informazioni e tendenze è autoalimentato) si cominciano a “lanciare valutazioni”. Si parte dal “quanto vale” e quasi mai dal “perché” o da “cosa si intende fare”.

Riflettiamo. È questo il primo punto che caratterizza una bolla speculativa. Manca sempre il “piano industriale” – tutto viene lasciato nel fumoso della aspettative delle “grandi cose rivoluzionarie” – che servono ad alimentare la prospettiva di un guadagno certo e soprattutto immediato ed esponenziale! Perché a ben vedere questa è la caratteristica di ogni “buona e sana bolla che si rispetti”. Non deve avere nulla di consistenze che un domani potrebbe essere smentito e far finire tutti nella sfera della “truffa”. La bolla farmaceutica? Serviva per fare piazza pulita delle piccole e medie aziende e facilitare la concentrazione monopolistica. È stata alimentata con fantomatiche epidemie (mai verificate) e grandi gruppi che avevano clamorosi vaccini (se non c’è l’epidemia, il vaccino inesistente non serve e quindi se non c’è nessuno lo saprà mai); cosa hanno fatto i colossi con quei soldi? Nulla. Si sono difesi in tribunale dalle accuse di monopolio e li hanno usati per comprare altre aziende, e ovviamente dividere i bonus ai megamanager, oltre a pagare profumate commissioni alle banche d’affari. La bolla dell’informazione? Ve la ricordate l’era delle maxi acquisizioni globali? Nulla di diverso dal caso dei farmaceutici. La bolla dei mutui sub-prime? È servita a chiudere le falle finanziarie delle banche e a procedere alla loro incorporazione in ulteriori megagruppi, ancora più grossi e ingombranti, ancora più nel futuro nessuno consentirà falliranno mai. Una maxi autoassicurazione insomma. Lo stesso vale per la bolla della new-economy, che ha favorito esclusivamente i grandi gruppi nel loro diventare grossi e ingombranti – e una volta “sgonfiata” consentire piccole e medie acquisizioni a prezzi marginali.

Dove sta l’ennesimo trucco? Come “coprirsi” dal fatto che se oggi più di ieri un investitore medio vuole “sapere” quali siano i “fondamentali” dell’azienda in cui investe? Semplice – si cambiano i parametri!

Per un’azienda “normale” – che produce qualcosa, è consolidato l’utilizzo (e quindi l’indicazione) di alcuni “moltiplicatori” consolidati: capitalizzazione, fatturato, ricavi… e su questi dati si fanno delle “proiezioni”. Ad esempio un’azienda con mezzi propri pari a 50 se fattura 100 ed ha ricavi di 20, e mediamente ha una crescita del 10%... di stima che il suo valore complessivo sia tra i 300 e i 400… di meno è prudenziale, di più decisamente azzardato. [non è così matematico – ma l’esempio rende bene l’idea ai più…e tutto sommato non si discosta salvo piccoli correttivi dalla realtà e dalla massima parte dei casi…] Quello che però viene richiesto da chi investe è: che farà domani? Come ed in che cosa investirà le risorse che raccoglie? Un’azienda che fa automobili ad esempio dirà che vuole realizzare cinque nuovi modelli ed un motore ecologico, più o meno in tre/cinque anni o fare nuovi stabilimento per produrre X veicoli in un certo modo… e su questo si fa la scelta e si verificano i risultati…. [anche questo è un esempio, ma credo che renda bene l’idea]

Quello che dovrebbe certamente contare, in qualsiasi settore, è il cosa si è fatto, come quell’azienda fa profitti, quale sia il progetto futuro e come quel progetto è verificabile e misurabile. Nelle aziende operanti “in rete” i parametri sono “nuovi” e quasi nessuno indica quali sono… perché… di fatto non ci sono! L’assunto è che si tratti di un settore “nuovo” e quindi non possa essere “misurato” con le stesse regole del “vecchio”. Nulla di più finto e soprattutto aleatorio! Se certamente c’è del nuovo, parliamo sempre di imprese, giusto? Quindi il fatturato, il piano industriale, il ciclo produttivo, la crescita, i progetti… contano nello stesso modo, no? Invece i parametri di valutazione ad esempio di un social network sono: numero di utenti, numero di accessi, numero di “azioni per utente” senza che nessuno dica mai come queste informazioni siano tradotte in danaro, in beni, servizi, e soprattutto… perché questi dati sono “solidi” e non suscettibili di venir meno dalla sera alla mattina! Bene, sappiate che un singolo utente di facebook viene stimato valere tra gli 8 e 12 dollari! Perché? Non si sa! Come guadagna facebook? Dalla pubblicità (circa 400milioni l’anno) e dalla vendita dei “profili” ovvero da quanto valgono i macroinsiemi delle informazioni personali che ogni utente fornisce (circa 900milioni l’anno). Hanno raccontato la favola di un prodotto rivoluzionario nato da due studenti in un campus e realizzato con qualche migliaio di dollari… non dicono che questo “giochino” è stato finanziato con circa 2miliardi di dollari di “prestiti” bancari (che vanno restituiti) e con circa 1miliardo versato nelle casse di Facebook da parte di “altri soci” – il tutto nel giro di tre anni! Tradotto: una cosa così la si fa non in un garage tra ragazzi geniali ed una bella idea in testa, ma con circa 1miliardo di dollari all’anno! Quindi sappiamo un primo dato certo: i primi tremiliardi che Facebook Inc. raccoglierà dal mercato li dovrà dare a chi lo ha finanziato. Oltre ad un certo margine di guadagno… che ci riporta ad un altro miliardo!

Cosa farà poi Facebook? Non si sa! Come ritiene di consolidare il numero dei suoi utenti (che sono il suo valore)? Non si sa! Quanti siano “davvero” gli utenti di Facebook? Non si potrà mai sapere! Però sappiamo che Facebook è la sintesi di tutti i social network e da tutti ritenuto il “più grosso”. Sappiamo che ha toccato una punta di 720milioni di utenti e che attualmente non supera i 600milioni. Sappiamo che non è presente in mercati enormi e fondamentali, come la Cina, e probabilmente on ci entrerà mai. Sappiamo anche (e qualsiasi utente lo può verificare da sé) che l’appeale di applicazioni fondamentali e caratterizzanti (come eventi e gruppi) è calato enormemente (quanti vedono eventi e gruppi? Con quale frequenza? Con quale attenzione?). Sappiamo che Facebook è nato imitando i gruppi universitari ed è cresciuto “copiando” e sintetizzando il meglio degli altri, con una strategia propria e nessuna innovazione reale e brevettata che ne fanno patrimonio: gli status da Twitter, le mail da Gmail, le chat da Messanger, i post da Linkedin, gli album da MySpace, …

Tutto questo ci dice che Facebook non abbia valore? Al contrario, ce l’ha, ed alto pure! Però aiuta a ridimensionare cosa sia “in realtà” – che è ciò che dovrebbe interessare davvero tutti noi! Si sa che ormai l’esposizione è grande. Che le banche e i soci di rilievo vogliono rientrare del proprio investimento e dei propri crediti. Si sa che mediamente ogni anno di circa 1,2 miliardi di incassi (nemmeno questa cifra è certa e chiara) ben 900milioni servono per i costi di struttura (stipendi, fitti, hardware, sevizi, connessioni…) e che gran parte dei ricavi netti (considerevoli!) vanno a rimborso dei costi finanziari (prestiti)… La via naturale è la borsa! Ed in borsa ci si va una volta sola! Tradotto? Quanto vale e i soldi che si portano a casa lo si decide una volta e per sempre – in un solo giorno. Quello del collocamento delle azioni. Ovvero il prezzo che ciascuno è disposto a pagare per avere un’azione! Per farlo, occorre definire “prima” quanto vale! Per farlo, occorre che se ne parli – e più se ne parla più si generano aspettative, il che fa aumentare ancora il valore dell’azione – che sia reale o meno, conta poco. Ed allora ecco che “i migliori” ci mettono del loro – e stavolta hanno superato se stessi!

Non tutti sanno che Goldman Sachs è anche azionista, advisor e monitor di Times (la rivista americana) e casualmente è anche il soggetto collocatore di Facebook: stupisce che contro ogni voto del pubblico e contro ogni previsione Zuckerberg sia “uomo dell’anno”? Nel mercato americano una società non può avere più di 499soci – dopo di che è obbligatoria la quotazione (per garantire la libera circolazione delle azioni ed evitare cause civili per i vari recessi). È anche vietato il premercato – ossia quel mercato parallelo che pure esiste in cui ci si scambi azioni di società non quotate prima dell’ingresso in borsa: teoricamente per evitare speculazioni, in realtà per evitare che investitori “accorti” si disfino di azioni-spazzatura in danno ad altri soci o che facciano incetta di titoli per speculare. Bene, Goldman Sachs, che due anni fa era sull’orlo del fallimento, e che ha ricevuto 20mld di aiuti pubblici per salvarsi, è la banca d’affari (terza al mondo) che fattura 4,4mld all’anno solo dai compensi per i collocamenti in borsa. Ed è la stessa che ha in portafoglio non si sa quante azioni di Facebook (conto proprio e conto un centinaio di altri “soci”) e proprio in questi giorni sta “proponendo” fuori mercato azioni di Facebook Inc con una fiche di ingresso nel club dei “primi” di “appena” 2milioni di investimento minimo.

Perché? Perché il valore di collocamento sarà dato dalla media ponderata del valore degli ultimi sei mesi di “acquisto e vendita” delle azioni della società – scambio tra privati. E senza il mercato, chi lo stabilisce questo valore? Goldman Sachs, ovviamente! Ma quello che non ci dicono è che la stessa banca ha realizzato enormi profitti su un effetto settore ben preciso e strutturato. Goldman Sachs infatti era l’azionista finanziario che ha “raccolto” attraverso fondi chiusi off-shore i soci di Twitter, linkedIn, Zynga, EGroupon… tutti social network il cui valore è schizzato alle stele solo al sentire che Facebook sarebbe entrato in borsa! Perché? Perché se Facebook varrà così tanto come si dice, e io voglio investire nei social network devo scegliere qualcosa “di più piccolo” – e questi sono i soggetti più “abbordabili”. Risultato: Twitter da 2mld oggi ne vale 5,6 – linkerdIn da 800milioni è balzato a 2,2mld – Zynga (che fornisce contenuti anche a Facebook) vale oggi 5,5mld (conto il miliardo del collocamento) e Egroupon collocato a 950milioni, è balzato a 6,4mld dopo aver rifiutato (prima del collocamento) un’offerta diretta di Google pari a 6mld).

Quanto vale dunque Facebook? Stando al premercato attualmente la valutazione è di 50mld. Ben oltre la valutazione di stima di un anno fa – decisamente elevata – dopo l’ingresso di microsoft con una quota di 250milioni di dollari – pari a 24mld di dollari. Goldman Sachs ritiene con un ulteriore “split” (divisione delle azioni) di poter toccare quota 90mld e c’è anche una stima che vuole il prezzo del primo mese toccare quota 124mld. Di certo abbiamo solo un dato. La quota acquistata da Microsoft per 250milioni varrà quasi 2mld! E così le altre, in proporzione.

Il dato che nessuno potrà discutere è che si vinca o si perda in borsa, Goldman Sachs avrà guadagnato le commissioni su tutto, anche se sarà una bolla, dopo essere rientrata di tutto ovviamente, e aver quintuplicato il valore delle proprie azioni. Se poi il titolo dovesse mai crollare… sarà stato il mercato! Si sa che in borsa si può anche perdere – però qualcuno vince sempre, ed è sempre una categoria che può perdere!

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