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Michele Di Salvo
08 Nov

La solitudine dei (figli dei) numeri primi (28 ottobre 2009)

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  Attualità, Lapo Elkan, Piero Marrazzo, Politica, Standard, Società

Ci sono molte cose che mi sono venute “vorticosamente” in mente in questi ultimi giorni, e c’è voluto un po’ per dare un “filo” d’ordine a tutto quello che dirò in questa nota... Quando è “scoppiato il caso Marrazzo” la mia mente è andata subito a Lapo... Per i trans e la coca direbbe qualcuno... No. Perché quello cui ho pensato io è che sono “figli eredi di...”

Lapo Elkan – giovanissimo – ha fatto una “scuola di vita” a dir poco esagerata... giovanissimo assistente di Kissinger, proiettato con un destino già scritto nella stratosfera dell’industria e della finanza mondiale – cui nel momento di maggior crisi della FIAT (un’azienda che ha un indotto che complessivamente occupa nel mondo 4milioni di persone /famiglie!!!) non abbiamo fatto di meglio che alla sua giovane età di “delegare” il coordinamento commerciale della FIAT! Ma qualcuno ha mai pensato, a qualcuno è mai venuto in mente, nella perfetta gabbia dorata delle carte di credito “splafonate” con cui abbiamo drogato questo ragazzo, nel chiedergli l’onnipresenza e il colpo-di-genio-onnipresente, mentre gli chiedevamo di spremersi ed essere perfetto in tutto... lui, come stava? Lui cosa voleva? No, gli abbiamo detto che “è compito tuo” – è il tuo destino... e devi adempiere ADESSO. Poi, ci siamo tutti indignati se la sua “fuga” era nella “disperazione” – nell’opposto più totale di quel mondo in cui era e che doveva rappresentare e che doveva “drogare” di se stesso, in cui è ammesso solo il successo. Ci siamo semplicemente indignati perché a quel peso così impossibile da sostenere che gli avevamo caricato sulle spalle, non corrispondevano spalle di “santo perfetto e immacolato”.

Piero Marrazzo è solo un uomo. Un bambino che ha avuto il padre – che chiama ancora oggi “il grande Joe Marrazzo” – morto troppo presto. Autore dello straordinario libro “il Camorrista”. Autore di centinaia di articoli “veri”, e non solo di denuncia del “marcio per strada” ma soprattutto del “marcio per le strade”. Senza censo, senza limite. Il primo che ha mostrato in televisione un “buco” di eroina, completo, crudo, vero... perché fa male... e perché è l’unico modo per parlare di un male sentendolo... perché solo attraverso quest’orrore può nascere un moto che scuota le coscienze, e renda vicine cose che troppo spesso ci appaiono colpevolmente lontane.

Il “Grande Joe Marrazzo” – come lo chiama suo figlio Piero - che non ha mai giudicato nessuno, ha sempre raccontato la cruda verità, senza falsi moralismi, e senza reticenze per non urtare le coscienze. Quella la sua grande forza – che forse non ha avuto il tempo di insegnare al figlio: che tutti, anche gli ultimi, hanno una dignità. E che forse la vera dignità la trovi non nel non mostrare il “brutto”, ma nel vedere il pudore (quello vero) che riaffiora anche dal baratro in cui vive “l’ultimo”. Un baratro che è sempre aperto per tutti noi, e da cui nessuno di noi è esente per “diritto”...

A Piero Marrazzo abbiamo – tutti – chiesto di essere suo padre. Ne avevamo tutti bisogno, senza accorgerci che forse chi ne aveva più bisogno, era proprio lui. Il piccolo Piero. Abbiamo chiesto di essere giornalista. Di andare in televisione, di fare un certo tipo di giornalismo. Di denunciare per noi. Di gridare per noi. Di esserci “con la mente e il cuore” a difendere noi. Tutti noi. Gli abbiamo delegato la difesa di diritti che non sapevamo difendere. Gli abbiamo chiesto di urlare al posto nostro. Gli abbiamo chiesto di lottare al posto nostro. Gli abbiamo tutti chiesto di essere – anche a lui – perfetto e immacolato e ineccepibile – un eroe “senza macchia e senza paura”... al posto nostro.

Perché noi, non siamo così... perché nessuno è così... E lo abbiamo drogato per fare questo... di popolarità, di successo, di danaro...

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Qualcuno a questo punto potrebbe pensare che io li stia “giustificando”... No. Affatto. Perché per farlo, prima, dovrei “dare loro” delle colpe. E io non giudico, non do colpe, non do giustificazioni. Il mio è “un punto di vista” – di chi vede certe cose e cerca di raccontarle per come le sente. Sin qui però la loro “storia comune”. Qui e da qui comincia dell’altro, che credo vale la pena raccontare per essere sino infondo onesti intellettualmente.

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A Piero abbiamo chiesto di candidarsi alla guida della Regione Lazio. Lo abbiamo chiesto contro un fortissimo Storace – governatore uscente. Questo partito – il Partito Democratico - ha delegato a lui (praticamente da solo) ed alla sua immagine, di recuperare 14punti di svantaggio nella regione più complessa d’Italia. Quasi stupiti ha vinto, in una delle più controverse campagne amministrative che si ricordino (ricordate i procedimenti per violazione di archivi e della privacy a carico di Storace? E la questione della ammissibilità della lista della Mussolini?...) Poi, lo abbiamo fatto Presidente di una giunta in cui nessuno gli ha dato una mano a governare ed in cui, se qualcuno poteva, remava anche contro...

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Oggi... Tutti a parlare del “ha fatto bene” – “ha fatto male” – si doveva dimettere o non doveva... se alla fine ha avuto o meno uno stile migliore o peggiore di quello del Presidente del Consiglio in vicende (che possono sembrare) simili.

Che un uomo politico debba avere una vita trasparente, questa è una di quelle cose che stiamo lentamente acquisendo dal mondo anglosassone.

Dovremmo ricordarci che credere o non credere alle cose è un diritto, dubitare, sempre, in democrazia, un dovere... ma far assurgere il “non ci credo” a “non è vero” per il solo fatto che noi non ci crediamo (soggettivamente) è di per sé diffamazione – così come il dire che una cosa è vera per il solo fatto che noi soggettivamente la consideriamo tale.

E, nei paesi anglosassoni, dove la trasparenza del privato per chi ricopre un ruolo (anche non una carica) pubblico è un obbligo implicito, anche la diffamazione ed il falso sono reati seri, perseguiti seriamente, e non merce politica o di gossip...

Una sorta di “prezzo da pagare” per la libertà di stampa e di parola: ricordarsi sempre che il confine è l’opinione mai il giudizio, e che il falso, o l’eccesso, vengono sanzionati. E non già nell’interesse della tutela del singolo (che già di per sé sarebbe una tutela molto importante) ma soprattutto nell’interesse della tutela del diritto in sé e della salvaguardia della stessa libertà per tutti.

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La vera domanda, sia con il caso di Lapo Elkan che con Piero Marrazzo, non è “cosa sono diventati loro” ma semmai “cosa siamo diventati noi”? Assetati di gossip e sangue. Viventi della vita degli altri. Irresponsabili al punto da delegare sulle spalle altrui i nostri pesi e le nostre responsabilità. Pronti a creare eroi per combattere le nostre battaglie, e a buttarli nel fango se non sono immacolati – immacolati come noi non siamo mai stati.

Viviamo nel pettegolezzo del detto e del non detto, in un’orgia di “si ma tu non sai che lui...” dove tutto ciò che in italiano (anche talvolta sconclusionato) fila grammaticalmente allora acquisisce credibilità perché “non tutto ciò che luccica può essere oro”... Difendiamo la “linea” di Marrazzo solo per dire che “però noi, la nostra parte, è meglio di quell’altra...”

Lo facciamo sulle grandi questioni. Lo facciamo col “compagno di sezione”.

Abbiamo in qualche maniera appreso il peggio dai nostri “capi”: la via migliore per crescere noi è “annientare” il nostro “avversario” anche se “teorico” – e la via migliore per farlo è con la “voce stridula del parlare all’orecchio” in disparte, in assenza di...

Seminare l’odio, la zizzania, dire sempre e solo a voce... per creare un “si dice” che alla lunga diventa una verità accettata da tutti, di cui si perde l’origine, per restare fatto- anche dove il fatto non c’è. Abbiamo perso il senso dell’insegnare la serietà, e la responsabilità del parlare a viso aperto, del dire le cose in faccia, del dirle supportandole con i fatti. Abbiamo scelto di vivere la vita degli altri, di usarla, e poi gettarla via... E persone del genere sono quelle che si candidano a mettere in sesto l’Italia? Sarebbe questa la “morale” migliore “di quell’altra”?

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Cominciamo in casa nostra. A non insegnare ai nostri figli a vincere, se il prezzo è il sangue di qualcun altro. Cominciamo ad insegnargli “come si cade” a ché non abbiano a cadere o quanto meno a farsi male. Cominciamo a non giudicare. A chiedere sempre conto di tutto. A dubitare ed a chiedere di “vedere” le cose – senza fidarci della “voce che gira”. Cominciamo in questo ad essere prima noi seri e responsabili – poi a chiedere agli altri di esserlo!

Diceva Henry Kissinger “solo gli stupidi si candidano”, “perché ciascuno di noi, da bambino, ha fatto la pipì almeno una volta fuori dal water”.

Ma credo che se riusciremmo formare persone che sanno cadere, farsi male e rialzarsi... ed accettare la propria storia, il proprio errore e andare avanti... allora forse avremmo davvero che le persone serie cominceranno a non considerare un’idiozia candidarsi...

...ed ancor più saremmo anche noi un popolo meno stupido perché “solo un popolo stupido pensa davvero che esistano i super eroi senza macchia- e che questi si candidino in politica”.

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