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Michele Di Salvo
08 Nov

parola del giorno 1 - Verità

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  Appunti di viaggio, comunicazione, parola, Standard, Società, Varietà

Sostantivo femminile - ma dal contenuto decisamente neutro – ha una caratteristica degna di nota: plurale e singolare si scrivono e pronunciano allo stesso modo. Qualcuno potrà sostenere che le verità siano molte altri che la verità sia una sola, e per questo on vi è differenza tra plurale e singolare. In realtà la verità in sé sintetizza le molteplicità – e in sé non può essere né singolare né plurale – ma potremmo definirla “superiore” e come “luogo” semplicemente accettare che la verità sia “altrove” rispetto sia a chi osserva sia a chi ne parla, sia (e spesso soprattutto) a chi la afferma come propria.

Compagna inseparabile della “verità” è “libertà” – imprescindibilmente unita – ne condivide la caratteristica di identità tra plurale e singolare (e come potrebbe essere diversamente?). Partendo quindi dal concetto che la verità è anche libera, non potremmo mai dire che appartenga a qualcuno, né che qualcuno per converso la possegga. Se qualcuno talvolta ne può essere momentaneo possessore, suo destino sarà perderla, e il primo possibile, perché senza la sua libertà la verità muore. E dato che la libertà – anche al plurale è sempre se stessa – è scorretto in sé umiliarla affermando che “esistono più verità” – dovendo ammettere semplicemente che al massimo a noi è dato avere “punti di vista” sui quali semmai – osservando la realtà – possiamo formarci “opinioni” più o meno oneste intellettualmente.

Se così dovrebbe essere – una corretta formulazione delle nostre espressioni potrebbe partire dal “io ho visto” (riferendo i fatti) in luogo del “è accaduto questo” (troppo spesso affermato con troppa certezza) e di conseguenza potremmo continuare il discorso con “e in base a questo secondo me…” lasciando poi scorrere la nostra opinione.

In merito va però sempre tenuto presente che se questo è il processo formativo di ciò che sovente osiamo chiamare verità – per dare peso e forza a quello che è un semplice e soggettivo punto di vista – allora la conseguenza è che ogni altro punto di vista è quantomeno “paritetico” al nostro – almeno nella misura in cui segue lo stesso processo formativo.

Forse sarà dal confronto con altre opinioni che anche la nostra, se umilmente si lascerà “contaminare” si avvicinerà alla “verità”… anzi potremmo dire che quanto maggiore sarà il numero delle opinioni soggettive con cui lasceremo incontrare e contaminare la nostra, tanto più saremo vicini alla verità – che comunque inesorabilmente resterà altrove.

Un’immagine che potremmo adottare è quella delle “dimensionalità”. Con un solo occhio vediamo in una dimensione – per avere l’idea della profondità dobbiamo usarli entrambi; ma quello che vediamo è da un unico “punto di osservazione”; ci avvicineremo alla maggiore descrizione dell’oggetto osservato quanti più “occhi” e punti di osservazione riusciremo ad adottare ed acquisire; ma va anche considerato il tempo dell’osservazione, le variabili fisiche (distanza, luce, luminosità, umidità…). Alla fine avremo che quanti più dati – diversi – avremo su uno stesso “oggetto” osservato – tanto più potremmo dire di essere vicini a ciò che l’oggetto è – e non solo ciò che a noi appare.

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Psicologicamente la non esistenza della verità crea non pochi problemi perché rischia di togliere “certezze” e molte delle basi su cui si poggia la nostra autostima; ritenerci portatori di verità, spesso ci legittima, prima che verso gli altri verso noi stessi, sia nei nostri pensieri che nelle nostre azioni.

In realtà si tratta di un processo anche psicologicamente estremamente liberatorio, dal momento che ci libera dal “peso” di essere noi statuari e forti come “Matilde di Manhattan – Statua della Libertà” e ci rende umani… ci introduce in un cammino di confronto dove la nostra opinione non è legittimata a stare “al mondo con le altre” perché la nostra sia forte dell’essere verità – ma semplicemente perché in quanto semplice opinione ha dignità di esistenza… e ci consente la leggerezza della fallacità e la libertà di sbagliare, senza che il nostro errore debba minare il nostro equilibrio psicologico. In una parola si tratta in primo luogo di accettarci come fallaci, e non per questo “sbagliati”. ------------------------

In termini di stretta comunicazione, l’uso del termine “verità” viene usato solo per dare forza ad una opinione – spesso legata a strutture del discorso che mostrano numeri e percentuali che legano sillogisticamente l’idea del “è vero ciò che la maggioranza appoggia con la sua opinione”. Chiaramente il meccanismo è in sé falso: intanto perché le opinioni si spostano – mentre la verità no - poi perché le opinioni “si formano”, e il processo di formazione è talvolta non troppo lungo ma certamente ne richiede dei “mezzi”.

Dal che si deduce che “chi ha i mezzi per spostare l’opinione allora sia il detentore della verità”… e dato che in genere i mezzi non sono “di proprietà di una massa” allora si nega anche l’assunto iniziale perché il prodotto finale è che “l’opinione di pochi, spesso pochissimi, che hanno i mezzi per comunicare, sia di per sé la verità perché ha la forza di diventare condivisa da un numero ampio di persone”.

In pratica avviene che: Ho un opinione e ho i mezzi per “propagandarla” -> accresco il numero delle persone che si formano un’opinione vicino alla mia -> quando il numero delle persone “convinte” è sufficiente -> affermo che la mia è la verità perché è “di massa”…

Il processo non avviene solo a livello “politico” in senso “partitico”. Prendiamo le conoscenze scientifiche, i vari “si dice che…” legati alle persone, ai gruppi etnici, per finire ai “prodotti in commercio”. Il processo di formazione delle “verità” di massa sono stati in qualche modo codificati da Goebels, studioso attento dei processi di massificazione a seguito della prima guerra mondiale (che in Italia hanno portato a quel fenomeno noto e sintetizzato molto lacunosamente come “fascismo”).

In sintesi: - Usare concetti semplici e immediatamente comprensibili - Ampie pause (per far memorizzare il concetto semplice espresso in modo assiomatico) - Usare parole “comuni” (per non appesantire il cervello dalla elaborazione e comprensione di parole complesse o nuove) - Poggiare la propria tesi su bisogni/necessità/esigenze immediate e concrete (la massa in sé è tattile e tangibile) - Offrire soluzioni dirette, facili e soprattutto “non faticose” (spesso chiedere la delega per risolvere un problema) - Offrire un’immagine per cui “già molti altri” sono “con noi” (grandi manifestazioni di piazza, numeri e statistiche favorevoli, non necessariamente corretti del tutto, purchè plausibili…)

Alcuni esempi applicativi di questo processo: - In politica ovviamente il nazismo, ma anche qualsiasi governo “ideologico” - Nel mercato praticamente ogni bene di consumo Un esempio per l’Italia contemporanea è la Lega Nord. Un esempio sui “beni commerciali” può dare l’idea del fenomeno anche meglio. Chi dubita ad esempio che i “pannolini usa e getta” siano la soluzione migliore per i neonati?

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Una canzone utile “utopia” dei nomadi – può rendere ottimamente l’idea del rapporto tra verità, libertà e “utopia” e realtà…

Un detto interessante “in vino veritas” che mette in qualche modo in evidenza come per poterci accostare al concetto di “verità” sia anche necessario perdere alcune “inibizioni” formali richieste dalle nostre società e soprattutto evitare le “mediazioni” anche formali che impediscono di esprimerci liberamente.

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