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Michele Di Salvo
08 Nov

Parola del giorno 4 - Memoria

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  Appunti di viaggio, comunicazione, linguaggio, Memoria, parola, Standard, Società

Sostantivo femminile singolare – nel plurale “memorie” acquisisce un significato maggiore e più complesso. Se l’insieme di ogni (quasi) memoria di una stessa persona ne fanno “le memorie”, paradossalmente l’insieme di tutte le memorie fanno “la Memoria” – potremmo aggiungere collettiva.

La memoria non è semplicemente l’insieme delle “cose vissute”. Non va confusa con l’agglomerato dei “ricordi” che pure fanno parte del processo più complesso ed articolato della “memoria”. Certamente i singoli ricordi fanno parte della memoria, che tuttavia unisce in sé tute le percezioni di tutti i nostri sensi, quindi non solo i fatti e le immagini in sé. Alle immagini ed alle percezioni sensoriali, e ciascuno di noi ha alcuni sensi prevalenti ed altri secondari e tra loro incidenti in percentuali diverse, la memoria aggiunge le nostre “proiezioni mentali”. Nella memoria pertanto risiede anche il nostro “commento” – come noi abbiamo vissuto o meno un determinato fatto/episodio/esperienza – e quello che ne “ricaviamo”.

Se il “ricordo” di un determinato alimento è (più o meno) l’alimento in sè, nella memoria c’è il colore, l’odore, la temperatura, la sensazione palatale… ma anche l’idea del se ci è piaciuto o meno, complessivamente, e se sia stata una “esperienza culinaria ripetibile o meno”.

È quindi nella memoria che – quando archiviamo catalogando una esperienza/ricordo come negativa o positiva – andrebbe ricercato il “commento” soggettivo, ed ancora dippiù il processo per il quale quel commento soggettivo è sorto, per poter comprendere – poi – il perché dei nostri “comportamenti successivi” in “situazioni analoghe”.

Ovviamente non è questa la sede per affrontare molti degli aspetti relativi alle più diverse discipline. Il senso di queste “note” è più “semantico”. Cercando di discutere sul modo spesso impreciso in cui “chiamiamo le cose” – senza considerare troppo le varie implicazioni delle parole che usiamo.

Il collegamento diretto tra la parola “memoria” e “verità” è chiaro. Nella memoria rientrano una serie enorme di “qualità” soggettive, e quindi non dobbiamo mai “dimenticare” che anche il “risultato finale” sarà assolutamente soggettivo. Come per “le nostre verità” occorrerà sempre un confronto tra “più memorie” per avere una memoria “più chiara”.

Dicevo all’inizio che se l’insieme di (quasi) ogni memoria di una stessa persona ne fanno “le memorie”, paradossalmente l’insieme di tutte le memorie fanno “la Memoria” “collettiva”. Mentre “le memorie” di una stessa persona hanno delle caratteristiche costanti, quella collettiva risulta tendenzialmente neutra. Le costanti delle memorie di un singolo infatti sono esattamente l’insieme dei suoi “filtri” – delle sue opinioni stratificate, delle sue esperienza (positive o negative) attraverso cui “osserva la realtà”. La apparente “neutralità” della Memoria – intesa come collettività di memorie e ricordi – risiede quindi nella esclusione dei filtri e delle pregiudiziali soggettive – che ci condizionano non solo nella memoria post-evento ma anche nel pre-evento quando si verificherà un episodio successivo.

Se io sono stato “tradito” da partner precedenti, anche nel mio approccio ad un rapporto successivo conserverò il filtro memorizzato di questa pregiudiziale. Nella memoria cd. collettiva questo diviene un fatto “neutro” che potremmo racchiudere nel “il tradimento è qualcosa che può esistere – dipende da molteplici fattori, e ogni caso è a sé – anche se può accadere può anche non accadere – e a ben vedere accade meno di quanto si possa pensare e pesare”. Nelle memorie soggettive, non si tratta solo di una “prevenzione” o di un “pregiudizio” (che nonostante tutto può anche essere utile a prevenire un rischio – pensiamo alla memoria di un incidente che abbiamo fatto perché la strada era bagnata…) ma qualche volta il meccanismo rischia di essere anche più articolato. Si finisce con il cercare quelle caratteristiche proprie del ricordo precedente – e spesso di vederle anche deformando ciò che abbiamo davvero visto.

Nel caso del tradimento ad esempio, si rischia di vedere prove dello stesso anche in cose assolutamente normali, e questa è esperienza credo abbastanza diffusa. Ma riguarda assolutamente ogni aspetto comportamentale. Mi ricordo ad esempio che quando ci fu la prima guerra del golfo, le persone che avevano vissuto la fine della seconda guerra mondiale diedero l’assalto ai supermercati – perché temevano un ripetersi di una loro “memoria” di fame e stenti. Mia figlia “che ha deciso” che non ama il pesce – anzi lo odia proprio – e io credo invece dopo molta osservazione che tutto parta da un non gradimento dell’odore del pesce! – arriva al punto che quando esce con me e passiamo vicino ad un ristorante che fa solo pesce, lei insiste perché attraversiamo la strada!

Molte volte chiamiamo memoria qualcosa che consideriamo stabile e solido e veritiero. In parte lo è – in parte ci aiuta – in parte dovremmo accettare che andrebbe anche questa messa in discussione. Il rischio è che i nostri comportamenti – con un partner, quanto nella spesa alimentare o nella strada che cambiamo – siano “non liberi” e condizionati, o addirittura imposti nemmeno da un fatto precedente, ma dalla opinione successiva e soggettiva che conserviamo inamovibile di quel fatto precedente.

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Ci sono due espressioni apparentemente “opposti” – ma che stanno benissimo insieme anche nella loro diversità – proprio perché offrono punti di vista ampi – sulla memoria:

“…non bisognerebbe mai ricordare…”

“Io mi ricordo. Si. Io mi ricordo.”

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