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Michele Di Salvo
08 Nov

Quella manovra da 500mld che ci salverebbe e nessuno può fare (FTweekly 14.10.2011)

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  debito pubblico, Economia, economia, economica, finanza, finanziaria, Italia, Manovra, Mercato, Politica, Standard

Nel bilancio dello Stato Italiano si legge chiaramente:

- entrate 491.172 mln

- uscite 496.335 mln

- debiti da restituire 212.964mln

- netto da finanziare -5.163mln

ma si legge anche… ricorso al mercato 221.277mln

Ecco il male “che si nasconde” nei nostri conti pubblici.

Per anni abbiamo rimborsato debiti facendone altri.

E sempre più alti.

Che portano il totale del nostro debito pubblico alla mirabile cifra di 1.911miliardi di euro (erano 1.893 al 1 luglio).

Il bilancio dello Stato è costituito da moltissimo rivoli, in un equilibrio “artigianale” che fa si che rientrino nel patrimonio attivo debiti non riscuotibili, crediti inesigibili e patrimonio incedibile.

Nessuno si è mai chiesto quale sia effettivamente il tasso che l’Italia paga sull’intero ammontare del suo gigantesco debito pubblico, dal momento che lo stesso è frammentato in varie tipologie di titoli a varia scadenza e termine… ebbene su 1.893 mld di debito pubblico il 3,75% sono 70,98 mld di euro, a tanto ammonta l’enorme gabella al primo trimestre 2011 che noi italiani abbiamo devoluto per tenere in vita il nostro debito pubblico.

Ovvero il prezzo che paghiamo per questo “gioco” a rimandare le decisioni drastiche di cui ha bisogno il nostro Paese.

Prima di parlare di quella che potrebbe essere “la cura”, a sua colta costituita da più interventi in diverse e radicali direzioni, non si può però prescindere da una premessa.

Quello che deve cambiare in questo Paese è l’approccio culturale alla visione di se stesso.

Noi – tutti – dobbiamo entrare nell’ordine di idee che il benessere cui ci siamo abituati e di cui ci siamo “drogati” non è “reale”.

È stato pagato con debiti che si sono accumulati e che on ci possiamo più permettere, e per altro debiti per i quali nessuno ci fa più credito (che si traduce nel “non possiamo più finanziare il rimborso dei debiti facendone di nuovi”).

Se non entriamo nell’ottica che i cd. “diritti acquisiti” sono “da rimettere in discussione” e che non ci possiamo più permettere “posizioni consolidate di benessere”, ogni intervento “curativo” sarà un semplice placebo.

Noi abbiamo una spesa pubblica di 800mila miliardi di euro, si cui 300mila miliardi SOLO per rimborsare debiti correnti e interessi.

Se non “abbattiamo il debito” e interveniamo su questo in maniera decisa, ogni “taglio” sarà inutile.

E per fare questo occorre un ripensamento complessivo del modello di Stato cui siamo abituati e che ha garantito alla generazione dei nostri padri posizioni che nessuno può garantire a noi, e che di certo non possiamo immaginare per i nostri figli.

I costi della “macchina dello Stato” si articolano in costi “pubblici” (circa quattro milioni di persone che costano poco meno di 170mld di euro) e costi dell’amministrazione pubblica (i cd. costi della politica).

Citando un autorevole studio, sono oltre 1,3 milioni le persone che vivono direttamente, o indirettamente, di politica. Un esercito composto da oltre 145mila tra Parlamentari, Ministri, Amministratori Locali di cui 1.032 parlamentari nazionali ed europei, ministri e sottosegretari; 1.366 presidenti, assessori e consiglieri regionali; 4.258 presidenti, assessori e consiglieri provinciali; 138.619 sindaci, assessori e consiglieri comunali.

A questi vanno aggiunti gli oltre 12 mila consiglieri circoscrizionali (8.845 nelle sole città capoluogo); 24mila persone nei Consigli di Amministrazione delle 7mila società, Enti, Consorzi, Autorità di Ambito partecipati dalle Pubbliche Amministrazioni; quasi 318 mila persone che hanno un incarico o una consulenza elargita dalla Pubblica Amministrazione; la massa del personale di supporto politico addetto agli uffici di gabinetto dei Ministri, Sottosegretari, Presidenti di Regione, Provincia, Sindaci, Assessori Regionali, Provinciali e Comunali; i Direttori Generali, Amministrativi e Sanitari delle ASL; la moltitudine dei componenti dei consigli di amministrazione degli ATER e degli Enti Pubblici.

Ogni anno i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a circa 18,3 miliardi di euro, a cui occorre aggiungere i costi derivanti da un ‘sovrabbondante’ sistema istituzionale quantificabili in circa 6,4 miliardi di euro, arrivando così alla cifra di 24,7 miliardi di euro. Una somma che equivale al 12,6% del gettito Irpef (comprese le Addizionali locali), pari a 646 euro medi annui per contribuente.

Un costo praticamente doppio rispetto ad uno Stato come la Germania (393 euro medi annui per contribuente) che ha entrate doppie rispetto alle nostre e la metà del nostro debito pubblico.

Una voce consistente si perde nel frazionamento dei costi di gestione.

L’esempio più clamoroso sono le “province” che da sole costano 115mld di euro: il 73% dei bilanci se ne va in spese correnti e soltanto il 27% in investimenti. Tradotto in soldoni: 3/4 dei soldi servono al mantenimento delle stesse province, e solo 1/4 vengono utilizzati per il cittadino.

Una semplice ripartizione delle competenze sulle già esistenti amministrazioni dipartimentali regionali, e la relativa attribuzione di risorse “spese” porterebbe a un risparmio di circa 78mld di euro.

…significa che se usassimo questi soldi per rimborsare il debito, in 8 anni lo avremmo dimezzato (calcolando anche la riduzione degli interessi).

Ma significa anche che un minore costo della macchina/apparato statale consente un minore ricorso al cd. fabbisogno di cassa corrente – che è quello che fa aumentare, di “poco” ma costantemente, il debito pubblico.

Ma i veri interventi sono da fare in due direzioni: separazione di assistenza e previdenza, con la relativa razionalizzazione ed al contempo passaggio a sistema contributivo secco – a partire dalle pensioni pregresse.

In questo passaggio, finalmente, si concederebbe “la chance” per la generazione dei trentenni di avere una pensione e perequare le pensioni delle generazioni precedenti a quanto effettivamente hanno contribuito previdenzialmente.

Si tratta di un passaggio delicato che non può vedere “casse separate” per categorie protette o privilegiate (in genere per altro quelle con i redditi maggiori) che attualmente – proprio attraverso questo sistema iniquo socialmente – non solo si garantiscono pensioni mediamente più alte a parità di contribuzione, ma anche “evitano” in sostanza di partecipare al sistema di “assistenza pubblica sociale”.

A queste misure dovrebbe corrispondere una minore presenza dello Stato nell’economia reale.

La Germania ha una media di intervento diretto nell’economia (intendendo sistema dei lavori pubblici, appalti, servizi diretti, partecipazioni societarie) non superiore al 33% del PIL, misura simile in Francia (36%) e Usa (32%).

In Italia il “sistema” pubblico arriva al 46% - con punte settoriali sino al 55%.

È chiaro che questa presenza così determinante finisce con l’alimentare la “mediazione politica” ed il sistema stesso della presenza dello Stato nel sistema economico, e a “bloccarlo”, eliminando le normali propensioni verso l’iniziativa economica privata.

Semplicemente, se esistono così tante “consulenze pubbliche legali” perché “cimentarsi nell’apertura di uno studio professionale competitivo”?

In questa logica non solo si alimenta un “costo” per la macchina statale, ma viene meno una voce di “entrata” nel settore imposte dirette che un’iniziativa privata “pura” determina, con tutto il conseguente indotto e circolo virtuoso per il mercato del lavoro e per i consumi.

Si parla poi sempre, in maniera spesso demagogica, di “liberalizzazioni”. Io non credo che il tema sia una “deregolamentazione” quanto una “velocizzazione e semplificazione” burocratica.

Nel resto d’Europa il costo amministrativo per l’apertura di una nuova società è di circa 500euro e il tempo medio di un giorno; da noi mediamente ci vogliono 3000euro e oltre dieci giorni (salvo licenza e permessi particolari).

E sono proprio queste ultime due misure che attraverso le maggiori entrate vanno a finanziare la crescita strutturale del PIL secondo una formula di efficacia consolidata, per cui ad ogni punto percentuale investito in ricerca, il PIL cresce dell’1,8%.

E consideriamo che gli investimenti in tal senso in Germania sono apri al 2,8% e in Italia sono fermi allo 0,4.

Ma la vera “cura strutturale” per il nostro Paese passa attraverso la riforma strutturale del mercato del lavoro pubblico, che determina una tale differenza nelle condizioni e nella richiesta di qualità produttiva, da costituire quasi una discriminazione sociale.

Non possiamo non ricordare che è proprio la ricchezza prodotta dai lavoratori privati a finanziare gli stipendi dei dipendenti pubblici – che in un sistema sociale “normale” dovrebbero vivere ed essere percepiti come soggetti “al servizio della collettività” e non come “privilegiati” della stessa.

Da un punto di vista meramente economico, si dovrebbe ridurre il costo del lavoro pubblico del 10% (ovvero un risparmio di 17mld) e contemporaneamente aumentarne la produttività di un ulteriore 10% (in termini di orario, ma soprattutto di “livelli produttivi”).

A queste misure, ne andrebbero affiancate almeno due, di apparente natura meramente “contabile”.

La prima, lo sblocco dei rimborsi delle imposte dirette (attualmente pari a 75mld di euro) – il che porterebbe immediatamente una maggiore liquidità aumentando la capacità di spesa delle famiglie.

Da un punto di vista del bilancio dello Stato l’erogazione sarebbe indifferente, dal momento che i debiti tributari già figurano nelle voci passive.

La seconda è la rimodulazione del sistema fiscale e delle aliquote su base patrimoniale, il che evidenzierebbe non tanto un sistema di “ricchezza fiscale” sul “dichiarato imminente” ma sulla “ricchezza reale” (e sia chiaro che non sto parlando di una “nuova” imposta patrimoniale, che per altro sarebbe estremamente complessa da introdurre in un sistema tributario compresso come il nostro).

È chiaro che questi sono interventi complessi, che hanno per altro un senso solo nella loro completezza e nel loro insieme.

E questo non solo per ragioni finanziarie, ma soprattutto economiche, nel senso di bilanciare interventi di ristrutturazione dei costi strutturali con l’aumento della capacità di spesa da parte delle famiglie.

È anche evidente che il costo sociale complessivo passa attraverso una diverso equilibrio del peso economico-sociale dei sacrifici da sostenere, in un quadro in cui davvero tutti “pagano” senza aree sociali franche.

Sono però anche evidenti le ragioni per cui un quadro così radicale non sarà nemmeno immaginato in questo paese.

Intanto, noi siamo una società abituata a pensare che “alla fine” una soluzione c’è sempre, e che “a noi non succede” mai il peggio.

La nostra cultura sociale ci porta ad accettare con più faciltà misure tampone una-tantum che non uno sforzo strutturale nella direzione del ripensamento di noi stessi come paese, come società, come modo di vivere.

Uno scenario come quello descritto avrebbe poi bisogno di una condizione essenziale, ovvero una forte autorevolezza politica complessiva, indispensabile non solo per “convincere” tutti a fare la propria parte, ma anche forte abbastanza da andare avanti senza “ricatti” elettorali.

Una autorevolezza anche morale, da parte di chi governa, tale da poter convincere che “tutti dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere perché il futuro del paese possa sopravvivere”.

Se non cambia prima il nostro conservatorismo culturale, per il quale “ciò che c’è non si mette mai in discussione”, i cd. “diritti acquisiti” si trasformeranno in quello che già sono, ovvero il peso che ci tirerà a fondo.

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Rapporto Italia – Chi siamo e dove stiamo andando « Michele Di Salvo 11/13/2011 15:25

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