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Michele Di Salvo
20 Nov

La nostra economia 1 - Economia e Finanza – due definizioni

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  comunicazione, crescita, Economia, economia, finanza, Standard, stato, sviluppo

Per economia, almeno nelle sue origini, intendiamo la “scienza” che studia e affronta i problemi della gestione delle “risorse” per soddisfare i “bisogni”. Col passare del tempo l'economia è diventata “la scienza che studia l'allocazione di risorse limitate tra usi alternativi al fine di massimizzarne il risultato”. Anche oltre, dati come principali soggetti economici (o operatori economici) le famiglie, le imprese e lo Stato, l’economia moderna è stata definita come la scienza che studia l'interazione tra questi tre soggetti economici, interazione che determina i fenomeni economici. Nell'antichità la parola economia [dal greco οῖκος (casa) e νομος (nomos)] era utilizzata prevalentemente nel senso stretto di amministrazione dei beni di famiglia, e quindi la gestione delle risorse e del patrimonio familiare per garantire il benessere dei suoi componenti. Con la nascita degli Stati unitari nel medioevo e il rifiorire degli scambi commerciali l'economia ha iniziato ad essere considerata anche come amministrazione dei beni dello Stato, inteso come “famiglia delle famiglie”. Nel corso dell'illuminismo l'economia entrò a far parte delle scienze sociali. La definizione moderna di economia nacque con la Rivoluzione Industriale, in particolar modo con la pubblicazione de "La mano invisibile" da parte dell'economista Adam Smith. Da allora il pensiero economico si è evoluto seguendo strade diverse e teorie molteplici. La crescente complessità del mondo contemporaneo fece nascere discipline economiche specializzate ad analizzare uno specifico settore dell'economia: mercato, microeconomia, macroeconomia, scienza delle finanze, econometria, economia del lavoro e altre ancora.

Cosa sia oggi, effettivamente, l’economia, è difficile dirlo. Ricordo una lezione per me preziosa dove “insieme” arrivammo ad una definizione di economia che pressappoco recitava “un insieme di studi attraverso cui rappresentiamo la realtà che ci circonda attraverso un punto di vista (mediato dalla nostra storia e dai nostri obiettivi) che tiene conto delle interazioni e degli scambi economici tra le comunità”. In questa definizione, che potrebbe apparire “fumosa” in realtà c’è tutto. C’è il relativismo di chi osserva, lo scopo per cui osserva, la definizione e rappresentazione della realtà cui mira l’analisi e l’osservazione, e soprattutto non vi è più il concetto di Stato, nazione, territorio… si entra in altre parole nel concetto di globalità degli scambi, e li si sgancia da un’unica unità di misura: la moneta, come paragone di misura quantitativa. E in effetti “l’economia” ha sempre avuto un suo “braccio armato” per rendere concreti gli obiettivi economici di un “soggetto economico” (paese, lobby, multinazionale…).

Il braccio armato dell’economia è la finanza. La definizione di finanza è abbastanza farraginosa ed in genere si rifà a specifiche applicazioni (es. finanza pubblica, aziendale); in realtà la finanza è semplicemente quella “applicazione” dell’economia ai suoi aspetti concreti nelle “grandezze monetarie” largamente intese. In questa accezione, la cd. “scienze delle finanze” è quella branca dell’economia che si occupa di studiare ed ottimizzare i processi della finanza, e l’ingegneria finanziaria a sua volta è quella specializzazione che “crea” gli strumenti con cui la finanza opera. La finanza nasce sostanzialmente con l’istituto moderno delle “banche” – ed è quell’insieme di “politiche” rivolte a ottimizzare gli impieghi delle risorse monetarie accumulate e il loro impiego, allo scopo di minimizzarne i rischi e di ottimizzarne e massimizzarne i profitti. Ogni deviazione da questi ragionamenti preliminari e da queste definizioni iniziali, sono sovrastrutture della comunicazione, per “difendere” e fare accettare come “buono e necessario” ogni atto della scienza economica compiuto attraverso il suo braccio finanziario.

L’altro braccio armato dell’economia, infatti, è la comunicazione. Attraverso la gestione dei processi comunicativi, gli economisti creano o distruggono un determinato mercato, creano o assopiscono un determinato bisogno, rendono plausibile e necessario un certo tipo di governo, piuttosto che distruggerlo e delegittimarlo. Se in un determinato momento sarà “utile” all'economia (ad esempio di un paese) la gestione “accentrata e forte” del potere esecutivo, si farà ricorso alla “necessità”, se invece sarà più “utile allo sviluppo economico” una sorta di maggiore parlamentarizzazione delle istanze sociali, allora si richiameranno parole d’ordine come democrazia, in contrapposizione alle dittature. L’esempio storico più celebre è quello delle dittature della prima metà del secolo scorso. In un’Europa distrutta dalle guerre di unificazione nazionale, le cui economie erano schiacciate dal debito pubblico e da una inflazione incontrollata e incontrollabile, ed in cui quindi le tensioni sociali erano fortissime, l’economia creò l’esigenza (e ne legittimò la nascita) di un “potere forte”, che anche a costo di una “parziale” sospensione delle libertà civili ed elettorali, avesse “ogni autorità necessaria” per far rinascere lo Stato. Una volta raggiunto “l’apice” di quello scopo iniziale, è iniziato il “processo inverso”. Alcuni esempi minori sono quelli che riguardano singoli bisogni e singoli mercati. Nessuno aveva alla fine dell’800 l’esigenza di un’auto. Oggi ne abbiamo mediamente una a testa. Nessuno negli anni ’80 aveva il “bisogno” di un telefono cellulare. Oggi ne abbiamo uno a testa. E questi bisogni sono stati “fatti nascere” in noi per creare un “mercato” esattamente dagli stessi processi di comunicazione prima richiamati.

Chiariamo una cosa. Come ogni scienza dell’uomo, l’economia non è né buona né cattiva. È una scienza, e come tale “serve a rappresentare una realtà”. Da questa ne scaturiscono delle “ricette” coerenti con lo scopo “primario” dell’economia, che è e resta la gestione delle “risorse” per soddisfare i “bisogni” e accrescere il benessere. Siamo noi che dovremmo darci “a priori” dei limiti sia al nostro benessere sia al prezzo attraverso cui raggiungerlo, sia per gli strumenti che vogliamo utilizzare per raggiungerlo. Un po’ come per la giustizia e la difesa, l’uomo ha accettato di “delegarli” allo Stato per evitare la “giustizia sommaria” propria della legge del più forte. Questo stesso processo di “limitazione” dovremmo, semmai, scegliere di applicarlo anche ai processi economici, e quindi agli effetti dei suoi “bracci armati”.

Non esiste una “finanza etica”, non esiste una “economica etica”, non esistono economie e finanze “verdi”, non esistono finanze “responsabili”. Esistono obiettivi della ricerca economica, ed esistono strumenti validissimi di finanza per compiere quelle scelte che possiamo di volta in volta definire “a favore di questo o quel settore” economico. Ma sono scelte individuali, esattamente come i criteri soggettivamente etici che diamo ed i limiti che ci imponiamo nello scegliere gli strumenti per raggiungere i nostri obiettivi.

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