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Michele Di Salvo
24 Nov

Tra Eurobond e riforma della BCE

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  BCE, bond, Economia, economia, euro, europa, finanza, Italia, obbligazioni, paese, Politica, sviluppo

Si sente parlare spesso di due temi, per il momento assolutamente bloccati dall’asse forte che guida la politica economica europea, quello tra Francia e Germania, ovvero gli “euro bond” e una riforma della BCE che le consentirebbe di “stampare denaro”. Nessuno, ovviamente, spiega cosa sono e cosa implicano queste due misure.

La seconda è abbastanza semplice. Si tratta di consentire alla Banca Centrale Europea di fornire “denaro nuovo” alle banche nazionali per “rifinanziarle” a richiesta, senza che queste debbano ricorrere al mercato vendendo i titoli di stato in portafoglio. L’operazione sembrerebbe semplice, ma non lo è per l’effetto implicito che avrebbe. Una emissione contenuta di denaro sarebbe tutto sommato utile, se non altro a moderare i volumi delle transazioni sui titoli di stato, e quindi il loro apprezzamento/deprezzamento quotidiano. Il nodo però è abbastanza semplice: il denaro rappresenta una “frazione” di un totale -  che per definizione proviamo a definire “il totale del PIL europeo” (anche se dovrebbe essere il totale del debito europeo) e le banconote materiali divise per il PIL nazionale relativo. Questo inizialmente, poi, si lascia fare allo scambio e ai mercati. Se si stampasse altro denaro, questo rapporto matematico/finanziario (che premetto già non è così stretto, anche perché siamo partiti non tutti ala pari, ma convertendo situazioni date in un certo momento e con dei valori di mercato di ciascuna moneta nazionale) verrebbe a cambiare, inevitabilmente deprezzando il valore “assoluto” della moneta (l’euro). Quella che si chiama appunto “svalutazione”.

La svalutazione, normalmente, favorisce due cose: l’investimento estero e le esportazioni. L’investimento estero è bel modo per “rinominare” le acquisizioni che finanziari esteri fanno di intere o parte delle nostre migliori aziende – perché in questi casi l’equivalente della svalutazione è più o meno lo sconto che hanno sui prezzi di acquisto. Le esportazioni potrebbero essere un vantaggio per l’Europa, perché compenserebbero il minore mercato interno con “nuovi mercati”. Il problema è che con gli Stati Uniti in crisi interna (e propensi più a proteggere il proprio mercato e quindi i propri posti di lavoro interni) e non potendo certamente immaginare forti esportazioni (per la competitività sui costi della manodopera) con Cina e India e Brasile, le uniche “esportazioni” facilitate sarebbero “intracomunitarie”, ovvero vantaggi per le aziende spagnole, greche, italiane, irlandesi, a discapito di quelle francesi e tedesche. Perché se la moneta è formalmente la stessa, i costi della vita, i redditi medi, sono differenti, e quello che è un “alto prezzo” qui, è considerato basso altrove. E se svaluto la moneta unica e facilito le esportazioni, facilito l’economia di quelle aree dove comunque, alla fine, lo stesso bene costa meno, o viene semplicemente venduto, in termini assoluti, a un prezzo minore. Ed è questo che Francia e Germania vogliono evitare, oltre ad evitare che le proprie banche e industrie possano venire scalate più facilmente da cinesi, indiani e russi.

Il tema degli eurobond è più complesso. Intanto perché ne esisterebbero di due tipi. EuroBond emessi dalla BCE come sua forma di finanziamento- Eurobond di conversione dei titoli nazionali.

Nel primo caso, si pongono due problemi: la solvibilità e la concorrenza sui mercati. In termini di solvibilità, i singoli stati attualmente conocorrono a garantirela BCE(Francia e Germania da sole il 59%) – se la BCEpuò indebitarsi maggiormente, in termini proporzionali anche i singoli stati sono esposti maggiormente. In termini di concorrenza, già attualmente tassi europei così diversi (cd. spread – in termini di divario tra tassi di interesse) mettono in forte competizione i vari Paesi, perché gli investitori che non hanno risorse illimitate da impegnare sui titoli pubblici, devono “scegliere” a chi dare i propri soldi, e inserire un nuovo strumento nel mercato significa aumentare la scelta, il tutto a scapito di quei paesi che offrono tassi più bassi (Francia e Germania).

Se poi consideriamo il tema degli Eurobond di conversione, l’operazione è ancora più complessa. Da un punto di vista “filosofico” sarebbe dovuta essere questa la scelta ovvia ma da attuarsi da subito, con l’introduzione della moneta unica, perché non ha senso una moneta unica se non accompagnata da un unico mercato finanziario dei titoli “monetari” – ovvero i titoli di debito pubblico. [per essere più chiari è come se nell’Italia della Lira, ogni regione avesse un proprio debito, con titoli propri, tassi differenti, e semmai anche valori differenti ] E questo perché i titoli non sono solo “rappresentazione e cartolarizzazione” del debito, ma anche lo strumento attraverso la cui vendita/scambio si raccoglie denaro liquido. Si tratterebbe di convertire tutti i titoli di stato in un unico titolo di debito, con un unico tasso medio. Ogni paese nominalmente resterebbe con il proprio “complessivo” debito pubblico, ma non vi sarebbe più né una differenza di tassi di interesse (se non contenuta in una forbice prestabilita nei cd. tassi variabili) né una differenza strutturale tra titoli spagnoli, italiani, tedeschi… se non per “quantità”. Tecnicamente si tratterebbe di “convertire” tutti i titoli esistenti – esattamente come accadde tra euro e monete nazionali, con la differenza che non essendoci titoli “materiali” da restituire, lo si fa “contabilmente” – semmai in maniera progressiva  mano a mano che si verificano le varie scadenze delle varie emissioni. È chiaro che chi ha un debito “minore” non accetterà mai una ipotesi di questo tipo, perché avendo “meno titoli” da scambiare sul mercato, vedrebbe altri determinare la politica monetaria dell’intera unione.

Due piccole considerazioni personali. Non credo che sia attraverso “nuovi strumenti” che si risolvano i problemi. Si può prendere tempo, ma alla fine i nuovi strumenti andranno solo a spostare e ad aggravare una situazione che va affrontata sul piano di una politica economica seria e univocamente condivisa. Certamente ciò implicherà un ridimensionamento di Francia e Germania, ma altrettanto non prima che i Paesi più “deboli” e più indebitati siano nelle condizioni “strutturali” di assumere su di sé la responsabilità, anche economica, di scelte finanziarie collettive.

Al di là della finanza europea, nessun problema verrà nemmeno affrontato seriamente sino a quando non ci saranno delle politiche unitarie e paritetiche tra gli stati, premettendo che dei debiti pubblici nazionali sono piene le banche di tutti gli Stati, nessuno ha interesse che uno stato singolo fallisca, ma altrettanto, dovrebbe essere interesse autenticamente comune attuare una strategia “a rialzo”, per cogliere questa occasione per ripensare la finanziarizzazione dei bilanci, semmai semplificandola, riducendone gli strumenti e ridisegnando le regole dei mercati. Rallentare la circolazione significa “allontanare” qualche speculatore in più, e non far dipendere i governi, tutti, dagli “umori” delle borse e dei mercati delle obbligazioni. E questo non può che essere un bene per tutti, indipendentemente dal colore politico o dalla nazionalità iniziale.

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