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Michele Di Salvo
28 Nov

Rapporto Italia 8 - Università e Ricerca

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  Documenti, giovani, Italia, Standard, rapporto, ricerca, studenti, studi, studio, sviluppo, università

L'istruzione, come la ricchezza, può essere sorgente di bene e di male, a seconda delle intenzioni colle quali s'adopera: consacrata al progresso di tutti, è mezzo d'incivilimento e di libertà; rivolta all'utile proprio, diventa mezzo di tirannide e di corruttela (G. Mazzini).

Il sapone e l'istruzione non hanno effetti rapidi come un massacro, ma a lungo andare sono più micidiali. (Mark Twain)

La stessa università non mira a formare dei critici letterari o degli intellettuali criticamente consapevoli, ma degli specialisti e dei tecnici. [...] Gli studenti universitari non sono più frequentatori di librerie e acquirenti di libri: le loro biblioteche personali tendono a ridursi a qualche centinaio di capitoli fotocopiati in vista del prossimo esame e sempre più raramente sono in grado di leggere per intero e di apprezzare un libro di un certo valore culturale che esuli dal campo ristretto delle loro competenze universitarie. Esistono, certo, alcuni appassionati lettori o perfino cultori maniacali della carta stampata. Ma si tratta di pittoresche eccezioni: magari studenti fuori corso traviati dalla lettura disinteressata, impiegati comunali o commessi di librerie di provincia che a trent'anni non hanno deciso che cosa essere e che cosa fare. Forse sono loro il sale della terra, ma sono un condimento insufficiente. (A. Berardinelli, La forma del saggio)

Quando si parla di istruzione, ricerca, studio, si entra sempre in un terreno molto delicato. L’università in particolare dovrebbe essere il luogo della produzione della ricerca ed il motore non solo dell’economia di un Paese, ma soprattutto il luogo di progettazione del futuro. Esistono molti modi per affrontare un ragionamento complessivo sull’Università. Si può parlare degli sprechi, delle inefficienze economiche ed amministrative e della dispersione che non punta all’eccellenza. Si può considerare il confronto generazionale, e verificare facilmente, accanto al cd. nepotismo, anche un’età media dei docenti tra la più alta del mondo. Si può considerare l’indice di accesso alle carriere universitarie, e verificare che il nostro paese è ai minimi livelli mondiali. Potremmo finire con il parlare dei fondi destinati all’istruzione, e verificare che anche in questo siamo “ultimi in classifica”. Ma evidenziare queste negatività, non ci aiuta in nulla, se non da una consapevolezza antica e radicata in tutti noi, che se davvero volessimo migliorare il sistema dell’istruzione nel nostro paese sappiamo benissimo da dove e da cosa partire. E quindi non ritornerò anche in questa sede su tutti questi temi, per altro visibili a chiunque voglia anche solo perdere una giornata a girare per un qualsiasi ateneo e vedere…

Però alcune considerazioni meritano di essere fatte. Su una popolazione nazionale peri a 1/6 di quella americana, noi abbiamo 4 volte il numero delle loro università. Ogni università ha costi “fissi” di gestione amministrativa, fitti, sedi, costi di gestione, docenti, che nessun altro Paese affronta in modo così frammentato come noi. A fronte di tutto questo, che sempre più spesso si mostra solo come un cattedrificio senza alcuna utilità, siamo il Paese che investe meno in ricerca – attualmente una forbice variamente considerata tra lo 0,4 e lo 0,6% del PIL – a fronte dell’1,8 della media europea.

Tutto questo, in termini assoluti, lo scontiamo in due fenomeni: - l’emigrazione delle persone più qualificate, che trovano chance inimmaginabili nel nostro Paese - mediamente ogni punto di PIL investito nell’università si traduce in un incremento di 1,8% del PIL nazionale le conseguenze appaiono anche più evidenti se consideriamo che la collettività investe su un giovane che completa il ciclo di studi sino ai 25 anni, una cifra variabile tra i 300 e i 500mila euro. Proprio nel momento in cui questo stesso “giovane” dovrebbe “restituire” alla collettività, in termini di lavoro, sviluppo, iniziative imprenditoriali, indotto, occupazione, proprio in quel momento “lo si perde” per non aver creato le precondizioni a questa “seconda fase”. Una vera e propria follia.

Da dieci anni esiste, per legge, un “sistema nazionale” di valutazione del sistema dell’università e della ricerca. Il “buco” legislativo semmai sta nel fatto che da queste valutazioni non possono derivare indicazioni vincolanti per la gestione e l’ottimizzazione dei poli universitari.

In tutto il mondo esistono delle classifiche sui poli universitari. Le maggiori sono quelle di ARWU, quella di QS e di THE. Tutte queste forme di classificazione (che per altro sono molto importanti per “indirizzare” gli investimenti privati e le “sponsorizzazioni” oltre che per favorire l’incontro tra studenti e mondo delle imprese in prospettiva futura) considerano, attraverso parametri e con pesi differenti, essenzialmente alcuni fattori centrali. Il mondo accademico e la sua “qualità” (in termini assoluti e non autoreferenziali), l’investimento formativo sugli studenti, la qualità della ricerca in termini di pubblicazioni e di risultati finali, l’incontro con il mondo produttivo, i riconoscimenti internazionali ottenuti dal mondo accademico e dagli stessi alunni. Possono esserci alcune considerazioni che portano a classifiche differenti, ma la sintesi sostanziale, in termini di macrovalutazione non cambia, anzi semmai ne risulta confermata. Ai primi posti le università in cui si investe di più, soprattutto sulla qualità dei corsi e dei docenti. Nelle prime cento università del mondo, l’età media di titolari di cattedra ed associati è circa di dieci anni più bassa della stessa media nelle nostre università. L’efficienza amministrativa e la liberazione di risorse è considerata prioritaria, e vi è una vera e propria competizione ad ottimizzare i parametri in cui si è “indietro”. E’ sintomatico che in Europa, le uniche università presenti tra le prime cento, sono tre francesi, cinque tedesche, tre svedesi, due danesi, due olandesi, una finlandese, una norvegese e undici inglesi, esattamente i Paesi in cui si è scelta una alta specializzazione accademica e si investe maggiormente in ricerca e formazione. Sono le università europee in cui c’è il maggiore scambio internazionale anche di docenti, in cui c’è la più diversificata offerta formativa, e il ricambio generazionale più facilitato nella classe docente, oltre a venire favorita l’iscrizione di studenti stranieri. E se questa competizione a migliorarsi venisse mai vista come una spesa senza benefici, possiamo considerare il caso dell’ Università di Ghent in Belgio che nel giro di soli cinque anni è passata dal 152° al 90° posto. A fronte di un investimento complessivo (considerando che partiva già da valori di eccellenza) di trecento milioni di euro, ha in cinque anni raccolto 1,1mld di euro dalla compartecipazione privata alla ricerca, ed oggi oltre il 70% dei suoi laureati trova un lavoro qualificato in base al proprio corso di studi nell’arco del primo anno post laurea. Nulla più, nulla meno, di quanto dovrebbe sostanzialmente fare una buona università.

Quelli che seguono sono dei documenti di massima che possono in qualche modo descrivere il mondo della ricerca partendo da noi (nello specifico) ma con un occhio particolare al mondo, ed alle sue eccellenze, cui dovremmo mirare.

Relazione interministeriale per il futuro dell'universita

Rapporto su Ricerca e Innovazione

La struttura del sistema di valutazione universitario

Sintesi del decimo rapporto sullo stato dell'università

Undicesimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario

Le classifiche di Censis e Repubblica sulle università 2011

La classifica delle università italiane in base alla ricerca

Rapporto finale sul sistema universitario nell'UE

Academic Ranking of World Universities 2010

IL QS WORLD UNIVERSITY RANKINGS 2010

IL WORLD UNIVERSITY RANKINGS 2011 DI THE

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Andrea 12/09/2011 10:12

Pietro Calamandrei,importante personaggio della cultura italiana della metà del secolo scorso,diceva che la cultura è di vitale importanza per il Sistema Paese. I governi dovrebbero puntare tutto o quasi sulla cultura.

Vedere eccellenze italiane andar via o non essere finanziate a dovere per importanti ricerche che potrebbero migliorare le condizioni di vita,è davvero deprimente.

Guardavo un documentario che in Islanda (è vero,fa freddo,il sole lo vedono con il binocolo) , ma vedere che tutta la procedura per accedere nel Sistema Scuola ed essere ricompensati più che bene,fa riflettere.Speriamo che i prossimi politici,capiscano questa situazione e incomincino a fare di più per l'azienda del futuro.