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Michele Di Salvo
03 Feb

Il problema non è il posto fisso, ma un futuro possibile

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  Banche, cambiare lavoro, contratti, crescita, diritto del lavoro, Economia, economia, formazione permanente, giovani, Italia, lavoro, responsabilità, Società

Per una volta concordo con Monti: i giovani si devo abituare all’idea che il posto fisso non è più una realtà, e che ci dobbiamo abituare a “cambiare”. Concordo sull’idea, che è poco più che una presa d’atto di una realtà mondiale e globale, in cui alla circolazione delle idee, delle cose, deve seguire anche una “messa in movimento” delle persone, sia geograficamente che funzionalmente, anche perché sono gli stessi “prodotti” a cambiare e a rimodularsi rispetto alla domanda ed alle esigenze, e non solo le aziende. Concordo sul principio di “mettersi in competizione”, dell’accettazione delle sfide, e del confronto continuo, e della formazione permanente. Da “giovane” sono tutte sfide che mi piacciono, che mi appassionano, e che credo che se siano ardue per la generazione dei 35/40enni, saranno ineluttabili per la generazione dei 25/30enni già tra noi. Il punto non credo sia questo. Il nodo non è “il posto fisso”, la sua natura, durata, collocazione. Se dovessimo ragionare in termini di lavoro, in sé e per sé, sarebbe quasi una discussione oziosa tra chi vuole restare nella sua città e chi no, tra chi vuole un certo orario, chi vuole mettersi più o meno in gioco – e non credo che i termini siano questi. Perché, sempre se così fosse, e non lo è, allora sarebbe anche corretto affrontare i termini solo in sul piano di riforma del diritto del lavoro, garanzie, tutele, contratti, flessibilità, formazione. In altri paesi, dove il lavoro è certamente “più flessibile” in termini squisitamente di facilità di licenziare, esistono sussidi di formazione, crediti di formazione, ed altrettanta capacità di reinserimento, secondo un principio economico che anche l’economista Monti dovrebbe ricordare bene: l’elasticità occupazionale funziona in un sistema in tendenziale equilibrio tra domanda e offerta, e quindi in cui esiste una realtà economica in cui è facile cambiare lavoro, perché ve ne è offerta. In Danimarca ad esempio se perdi il lavoro puoi cercarne uno con un assegno di disoccupazione pari al minimo salariale nazionale (1300euro) a patto che lavori per un ente no profit (che on ti può pagare – museo, associazione…) che però ti versa lui i contributi. Al massimo per due anni, dopo di che puoi riaccedervi se hai lavorato “normalmente” per almeno un anno consecutivo. Ma quello che non funziona da noi non è il sistema di ammortizzatori sociali, che pure costa molto e che andrebbe rimodulato, perché spesso tende, un po’ come l’articolo 18 a tutelare una certa categoria di persone in un sistema occupazionale fotografato in un’altra era glaciale, da un punto di vista della storia sociale, quella dello statuto dei lavoratori, ovvero la legge 300 del 1970. Qui non si tratta nemmeno di cadere nel facile inganno del presunto baratto “meno diritti più lavoro” – perché, e qui c’è la risposta generazionale, il problema dei diritti riguarda chi quei diritti ce li ha, non chi è tagliato fuori dal mondo del lavoro. Ed allora ritorniamo ad una verità che l’economista Monti non declina a sufficienza. La “patologia” sta in quell’insieme di sistemi che non sono legati direttamente al lavoro, ma che per cultura, storia, abitudini, retaggi, costituiscono il modo di essere di fare in questo Paese. Alla tipologia contrattuale di lavoro è collegata la capacità di accedere ad un mutuo per l’acquisto di una casa o di un auto, e non al reddito come nel resto del mondo. Da una tipologia di reddito dipende la possibilità di avere un prestito personale, un fido in banca, o anche semplicemente una carta di credito su cui addebitare la ricarica fissa di un cellulare o di una utenza telefonica. E da questi parametri, la possibilità di accedere a servizi di e-commerce, di sviluppare mercato nei servizi tecnologici, e quindi anche, perchè no, di abbattere le commissioni di spesa. Ecco i veri nodi. Perché se non cambiano prima questi parametri,s e prima non si crea un sistema in cui “mettere” persone con un inquadramento elastico, flessibile e “mobile”, queste persone semplicemente sono “fuori dal sistema”, ed incapaci non per colpa o voglia loro, di fare quelle cose che consideriamo normali: farsi una famiglia, immaginare una casa, programmare un futuro, semmai anche investendo su se stessi, in se stessi e nella propria formazione. E se i giovani non possono immaginare e costruire e investire su un futuro possibile, di certo è il Paese intero che non ha alcun futuro.

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