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Michele Di Salvo
23 Mar

Quarant’anni fa moriva Giangiacomo Feltrinelli.

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  Editoria, Feltrinelli, librerie, libri

Quarant’anni fa moriva Giangiacomo Feltrinelli. Lo ricorda ai più un opuscolo distribuito in questi giorni in libreria. Come correttamente dice Inge “è stato un editore geniale, pluralista, un imprenditore moderno della cultura”. Molti, i più, ne conoscono il nome dalle omonime librerie – ormai circa 200 – presenti in tutto il Paese. Altri lo associano ad un’identità politica, e ad un determinato momento storico particolarmente ricco di aree grigie del nostro Paese, ai molti dubbi sulla sua vicenda personale mai del tutto chiarita. Ancora troppi, ne rivendicano (da ogni parte, in opposizione o appropriazione) un’appartenenza partitica, che di per sé sarebbe qualificante dell’uomo, della persona, del suo lavoro. Troppo spesso invece dimentichiamo una difficile verità, che collima con il peso della responsabilità della memoria che noi tutti, collettivamente come Paese, non sappiamo proprio imparare ad avere ed annoverare tra quelle che dovrebbero essere le nostre migliori virtù.

A chi se ne appropria come “editore e intellettuale comunista”, ebbene certamente fu “uomo di sinistra, nel senso migliore del termine” – con quella tensione morale che dovrebbe essere linfa di chiunque svolga un lavoro intellettuale e culturale a voler “cambiare lo stato delle cose”, a voler essere “rivoluzionario” nel senso più alto e costruttivo ed edificante del termine, e sempre a sopportarne il peso e il dubbio etico di ogni scelta materiale, e morale di ogni scelta intellettuale. A quel partito comunista che “lo rivendica suo oggi” (come fa con Pasolini), io vorrei ricordare che nel 1955 senza di lui, dopo il furto dell’allora tesoriere del partito, probabilmente non sarebbe esistito quel grande partito; senza di lui forse non sarebbe mai uscita l’Unità – di cui contribuì all’acquisto delle rotative – e non di meno fu espulso da quello stesso partito per aver fatto il suo lavoro, pubblicare Pasternack anche contro la volontà dell’allora Unione Sovietica.

Le cose che dirò io non aggiungeranno molto, ma il mio punto di vista è quello di editore che ricorda un editore, e di un cittadino che affettuosamente ringrazia uno di quelli che hanno ricostruito questo Paese sotto il profilo culturale. In un’Italia che aveva perso circa trent’anni di letteratura inglese, americana, francese, russa, Giangiacomo Feltrinelli, insieme ai signori Bompiani, Einaudi, Bollati Boringhieri, ciascuno nel suo e nella propria tipicità, ha cercato di colmare quel vuoto, proponendo una letteratura inedita, e con quella diverse visioni del mondo. Feltrinelli fu quello che per far distribuire il “Tropico del cancro”, in un’Italia che conosceva ancora la censura, lo stampò con la dicitura “stampato per il mercato estero”. Fu quello che anche in risposta alla visione miope e chiusa del partito comunista, non esitò a pubblicare “un grande rifiuto” di Mondadori, ovvero “Il gattopardo”: un grido contro un immobilismo ed una chiusura, generazionale e di nascita, legate a famiglie e caste di appartenenza, che ancora oggi ingessa la nostra società. È l’uomo che ha dato voce – perché fare cultura per chi fa questo mestiere è per parte dare voce, per altra esserne, in un ruolo che diventa inscindibile, e lo scopri nel tempo – alla gran parte della grande letteratura italiana, e nondimeno ai gruppi minori e sperimentali. È colui che per primo ha compreso l’importanza di fare i libri per i lettori e le masse, e non renderli strumento di divario sociale – e non lo ha fatto solo come editore, con le edizioni economiche, con i tascabili, con collane che sono letteratura a sé, come l’Universale Economica – ma lo ha fatto anche da libraio, mettendo nelle proprie librerie juke-box e flipper, per avvicinare i ragazzi. Per fare offerte e sconti (all’epoca non possibili per le nuove uscite) diede l’ordine di “fare pieghe ad alcuni volumi” per poterli mettere in offerta e scontarli per i ragazzi. È quello che per primo mise “i libri di faccia e non di costa”, perché “le copertine vanno viste”. È l’editore dei “libri necessari” e dei “libri utili” che con lungimiranza stimò il collega Kurt Wolff forse più di Gallimard. Fu l’editore dei “Diari del Che” e di “Guerrilla”, ma domandandosi se fosse etico e morale per rendere quei testi al pubblico mondiale “pagare un generale fascista, e con quei soldi quindi finanziare la repressione dei popoli”. Da editore, fu il grande esportatore del principio e del concetto di copyright – in favore degli autori – sia per il blocco sovietico, sia per il resto del mondo.

Da Feltrinelli avremo molto da imparare se accettassimo di rileggere il percorso fatto dall’editore, l’idea – perché senza quella una casa editrice non la fai, al massimo stampi qualche libro, e metti da parte qualche soldo – sia di libro sia di collana sia di distribuzione sia di libreria, ci apparirebbero in uno così innovativi e rivoluzionari e risolutivi, anche di problemi attuali, che al contempo ci apparirebbe, quell’idea, così distante da come i mestieri di libraio e di editore vengono intrapresi oggi. Feltrinelli non resterà nella storia della letteratura per il suo “correre veloce”, per le sue tre mogli, per essere “l’editore di…”, né per le librerie o forse nemmeno per la sua passione politica. Resterà nella storia della letteratura per essere andato oltre il semplice “dar voce a …” ed aver coniato un senso nuovo di editoria, che fa la letteratura, la dirige, la coordina, senza possederla, un’idea che mette insieme mondi lontani in una visione unitaria. Forse, il primo esempio di una fusione nella quale non c’è confine tra uomo ed editore, ed in questo declinando un senso che nessuno ha ancora interpretato pienamente. Nel 1967 scrisse e disse di sé – in una lunga intervista per la rivista americana King – qualcosa che oggi dovrebbe essere incluso nei vocabolari, e che dovrebbero essere le uniche cose che un giovane che voglia entrare in questo mondo deve esigere prima di tutto da se stesso. “Devo definire me stesso in quanto editore… potrei cominciare dal mestiere, per semplificare le cose, togliendo di mezzo la mia persona, oppure potrei cominciare dalla mia persona, ma in questo caso purtroppo on potrei togliere di messo il mestiere… dunque comincio dal mestiere. Ma non voglio definire l’Editore. A mio modo di vedere si tratta di una funzione indefinibile, o meglio definibile in mille modi… non posso fare a meno di ricordare che la mia casa editrice è nata soprattutto da un miraggio, no, da un’intenzione, addirittura da un bisogno e da un desiderio… io cerco di fare un’editoria che magari ha torto lì per lì, nella contingenza del momento storico, ma che, quasi per scommessa, io ritengo abbia ragione nel senso della storia.” “Poiché la micidiale proliferazione della carta stampata rischia di togliere alla funzione di editore qualsiasi senso e destinazione, io ritengo che l’unico modo per ripristinare questa funzione sia una cosa che, contro la moda, non esito a chiamare “moralità”: esistono libri necessari, esistono pubblicazioni necessarie” “L’editore è un veicolo di messaggi. Un editore può cambiare il mondo? Difficile, un editore non può nemmeno cambiare editore. Può pubblicare certi libri, che vengono a far parte del mondo dei libri, e lo cambiano con la loro presenza. Non so cosa sia l’editore, ma cerco di ascoltare le ragioni per cui faccio l’editore. L’editore non ha niente da insegnare, non ha niente da predicare, non vuole catechizzare nessuno, in un certo senso non sa niente. L’editore è luogo di incontro, di smistamento, di ricezione e di trasmissione… e tuttavia occorre incontrare e smistare i messaggi giusti, occorre ricevere e trasmettere scritture che siano all’altezza della realtà… e quindi l’editore deve gettarsi, tuffarsi a rischio di annegare, nella realtà. Ma un editore può anche affrontare il proprio lavoro sulla base di una ipotesi di lavoro molto azzardata: che tutto, ma proprio tutto, deve cambiare, e cambierà.”

In tutte queste accezioni, Giangiacomo Feltrinelli appartiene a tutti noi, al nostro patrimonio culturale e civile, e definisce in sé una dimensione nuova e più alta di editoria che non appartiene a nessuna parte politica, e nondimeno ad ogni parte civile e culturale, che non appartiene a nessun suo autore, e nondimeno a tutti osmoticamente, e per certi versi non appartiene nemmeno più alla sua casa editrice e alle sue librerie, perché declina e rappresenta un’editoria e un mondo libraio che dobbiamo, tutti, ancora declinare.

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