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Michele Di Salvo
29 Nov

Democrazia a 5 Stelle

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  Beppe Grillo, Casaleggio, comunicazione istituzionale, Democrazia, elezioni politiche, Gianroberto Casaleggio, libertà, m5s, Politica

Grazie a Grillo e Casaleggio ci ritroveremo un gruppo parlamentare che non solo ci costa più degli altri partiti, ma soprattutto dipendente di un’azienda privata. E un centinaio (minimo) di parlamentari non liberi nemmeno di scrivere sul proprio blog e di rilasciare una intervista.

Non è vero? È un attacco infondato? La solita “macchina del fango”? Vediamo come stanno le cose…

‘I candidati alle politiche stanno ricevendo in questi giorni una lettera di Casaleggio che li invita a sottoscrivere un impegno formale, riguardante l’uso del denaro che i gruppi M5S alla Camera ed al Senato avranno a disposizione per la comunicazione istituzionale’. (ANSA). L’impegno predisposto dai legali di Casaleggio  prevede che sia Grillo a decidere regole e composizione di un fantomatico comitato che dovrà sovraintendere all’uso di quei fondi e decidere a quale struttura di comunicazione destinarli. I candidati devono firmare ora, per tutta la legislatura, che delegheranno in toto la destinazione del tesoretto pubblico e che approveranno ad hoc lo statuto del gruppo.

Capitolo tagli dei costi della politica. Nulla. Se non slogan. Dove eletti i candidati cinque stelle altro non fanno che dividere lo stipendio tra un conto personale e un altro conto per “spese politiche, di rappresentanza e di comunicazione”. Questo secondo conto è sempre intestato a loro, ma decide sempre l’eletto in parte con Grillo e in parte con Casaleggio che farne. Chi ci guadagna? La banca. Che ha due conti e quindi doppie commissioni. Chi ci perde? Chi ha creduto davvero al taglio delle remunerazioni (che è impossibile per legge). E la trasparenza. Perché con un conto unico non sarebbe tutto più semplice? Nessun taglio nemmeno ai costi per il cittadino sui contributi ai gruppi regionali e comunali. I cinque stelle in Piemonte e Emilia spendono come e in qualche caso più degli altri, rendicontando anche a carico dei parlamenti regionali spese web gestite da Casaleggio, cancelleria extra per qualche migliaio di euro, e in barba alla contrarietà al finanziamento dell’editoria di partito, il proprio giornalino mensile del “non partito”. Questi i fatti, e le cifre sono pubbliche (basta chiedere uffici urp delle singole amministrazioni per le spese dei gruppi consiliari – prima di “attaccare me” basta che vi informate sul serio).

L’affondo però stavolta travalica la semplice questione “soldi” e la demagogia che talvolta si qualifica come vera e propria menzogna e presa in giro dei tanti che in buona fede credono nel movimento. Stavolta parliamo – ancora – ed è solo per questo che me ne occupo – le regole della democrazia, e non quelle interne al movimento, ma quelle del parlamento della repubblica, che ci piaccia o meno ci rappresenta tutti e fa le leggi di tutti i cittadini, anche quelli senza stelle.

Il sistema è degenerato, lo sappiamo bene. E non serve un ex comico, arrabbiato, per dircelo. Ma la democrazia non è un  hashtag su twitter, ma richiede serietà per non degenerare in demagogia. Sull’onda demagogica e populista, che cavalca l’onda della indignazione e esasperazione popolare, qualcuno sta mettendo le mani pesantemente sulla nostra libertà. E questo è un male per tutti. La democrazia infatti si fonda su alcuni principi irrinunciabili. Tra questi l’indipendenza del legislatore, anche economica, da lobby e gruppi di pressione. Per questo esiste il “rimborso elettorale”. Troppo? Esagerato? Concordo. Poco trasparente? Si. Allora riduciamolo e rendiamo tutto più trasparente e chiaro. Toglierlo è suicidare la democrazia, Farà politica allora solo chi – già ricco - “ci guadagnerà” molto di più perché disposto a investire denaro per avere potere.

Tra i vari istituti per difendere l’indipendenza del legislatore, la mancanza del vincolo di mandato, e fondi per la comunicazione diretta, quella del gruppo nella sua complessità e quella del singolo parlamentare. È lo strumento della libertà dal sindacato di opinione e della relativa immunità. Non potendo intervenire sul vincolo di mandato (costituzionalmente inderogabile) Grillo semplicemente “tappa la bocca” dei suoi deputati – quelli che metterà lui in lista, essendo lista e marchio di sua proprietà privata.

Con una interpretazione “stretta” la cifra sarebbe quella legata alla legge che prevede che «Il Regolamento della Camera dei Deputati e del Senato prevede che a ciascun gruppo parlamentare vengano assegnati dall ’Ufficio di Presidenza contributi da destinarsi agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare, nonché alle “funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili ». Ma una interpretazione estensiva potrebbe riguardare anche la voce “spese per il rapporto con gli elettori” – circa 4.190 euro al mese per ciascun deputato (spese che coprono trasferte e ufficio nel collegio elettorale). Sempre nelle spese rientrano le voci di bilancio sulla comunicazione diretta e indiretta. Va chiarito se il pc, il sito personale, le mail, una newsletter, rientrano anche loro nella cifra destinata a Grillo e Casaleggio, come la segreteria e l’ufficio comunicazione del gruppo.

La forbice stimata – se proiettiamo tra Camera e Senato un numero di minimo 100 parlamentari a 5 stelle – vede un fatturato annuo per Grillo e Casaleggio compreso tra 8milioni e 22milioni di euro. Che puntavano (di base) a quello lo avevo già scritto a maggio. Adesso sono loro a metterlo nero su bianco. Non c’è che dire… ci pagheremo un gruppo parlamentare come un hotel a 5 stelle.

Ma ci ritroveremo anche un gruppo parlamentare dipendente di un’azienda privata. E un centinaio (minimo) di parlamentari non liberi nemmeno di scrivere sul proprio blog e di rilasciare una intervista. Pena l’espulsione… ma senza soldi per continuare a fare i parlamentari!

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micheledisalvo 02/13/2013 13:52

Un sistema può piacere o non piacere. Certamente copiare è sempre una cosa stupida perchè non tiene conto delle peculiarità di sistema.
Io non voglio un sistema "copiato" da un sistema che non è distante in ogni senso dal nostro e dalla nostra storia. Fatta questa premessa, credo che il primo punto sia abbandonare la pretesa - tutta nostra e ipocrita - che tutto debba essere regolamentato da una legge.
Troppe leggi (noi ne abbiamo circa 600mila a fronte delle 9000 francesi che già le considerano troppe!) non fanno altro che generare cavilli e smagliature per snaturare la legge stessa ed il suo spirito. Nè possiamo continuare ad autoassolverci delegando ad una legge ciò che è giusto o sbagliato, abbandonando senso critico e buon senso.
Fatta questa premessa - noi dobbiamo intanto tornare protagonisti come popolazione - e quindi riappropriarci di una partecipazione attiva che non consenta liste di nominati, che ci faccia eleggere davvero i nostri rappresentanti, che restituisca alle camere legislative solo il proprio ruolo di camere legislative, e non già una commistione per cui sei deputato, membro dell'esecutivo come ministro o sottosegretario, ed entri nell'amministrazione attraverso le nomine dei dirigenti pubblici o altro.
Ecco il senso della separazione dei poteri - che da noi di fatto e tecnicamente non esiste - e contro questa cosa nessuno dice amen.
E qui il primo problema - pochissimi vogliono fare i deputati per "scrivere le leggi" - tutti per "avere un potere" che va oltre la nomina a rappresentante legislativo.
In questo ragionamento si inserisce quanto affermo sulla necessità di un sistema trasparente di finanziamento, e di una regolamentazione del "lobbismo" - perchè con una società che si riappropria (e quindi non delega, ma torna ad essere responsabile e attiva) del processo di critica e controllo della politica, allora è giusto che ci sia una chance di indipendenza della capacità e della autonomia del legislatore - nell'interesse collettivo.
Come è giusto che chi è portatore di interesse possa manifestarlo e anche finanziare le sue campagne - ma alla luce del sole - a che tutti possano vedere e controllare.
E se non lo fa - semplicemente non può più esercitare quella funzione - come avviene in america.

fuoricontesto 02/06/2013 20:16

Ma esiste un modo per impedire che la politica ricorra al finanziamento privato? Supponiamo che io faccia un partito (non è possibile date le mie idee, ma forse domani prenderò un gran colpo in testa, chi lo sa). Vado al governo. Lo stato mi dà milioni su milioni - non è quello che sta auspicando lei, ho capito benissimo, ma comunque ammettiamolo come esempio estremo. Beh, che importa? Quello che lo stato può permettersi di darmi in un anno è poco più di una carità fuori dalla chiesa, in confronto a quello che una banca può permettersi di darmi in un mese. Perché? Boh, per esempio per farmi costruire la TAV, o per non far pagare l'Imu alle fondazioni bancarie.
Così si chiama corruzione? Solo se è illegale e viene scoperta. Se la legge mi consente di accettare quei soldi (platealmente o con qualche cavillo complicato), o se la cosa non viene scoperta, o ancora se viene scoperta ma il mio è un governo tecnico giunto sulla terra per portare la Buona Novella e quindi i giornali non osano criticarmi... beh, allora non si chiama corruzione. Non ha nome, non se ne parla, e se proprio qualcuno deve parlarne dirà che è un patto tra gentiluomini. Ma la sostanza è esattamente la stessa.
Lobbismo regolamentato all'americana o mazzette all'italiana (ammesso e NON concesso che un sistema escluda l'altro), in fondo in fondo è la stessa cosa - anche se non va più di moda criticare quel che accade oltreoceano.
Forse ho divagato con queste considerazioni, ma credo di aver chiarito la mia posizione: non vedo un modo credibile per impedire la corruzione/lobbismo, e in particolare non credo che il finanziamento pubblico ai partiti possa anche solo scalfire questo "problema". Che, più che un problema, a me sembra proprio una caratteristica imprescindibile della "democrazia indiretta".

micheledisalvo 02/06/2013 15:16

Il punto non è "il singolo che non potrebbe candidarsi" - come sostenevano i liberali nella polemica coi socialisti negli anni 10 e 20.
il punto è che una cosa è dire che le regole del finanziamento sono sbagliate, poco trasparenti, farraginose, con troppi buchi.
Altro è dire che il finanziamento è troppo grande e va ridimensionato.
Ben altra è fare sì che per fare politica si debba ricorrere al "finanziamento privato"... come avviene in usa con le lobby - che impediscono di avere mezzi pubblici validi, che hanno imposti a Nixon la sanità privata, che hanno imposto la previdenza privata, e impediscono la messa al bando delle armi, o che ostacolano fonti di energia rinnovabili... etc etc etc...
Il finanziamento pubblico dovrebbe semplicemente impedire che chi vuol fare politica debba ricorrere a finanziamenti privati.
Che vada profondamente riformato - anche questo è un fatto altrettanto oggettivo.

Manuel 01/29/2013 13:14

Bravo! Finalmente uno che ragiona!

fuoricontesto 01/24/2013 13:30

Sono d'accordo su molte cose, un po' meno su altre.
Ma una in particolare mi fa venire l'orticaria. Non ce l'ho con il finanziamento ai partiti: non lo sottovaluto, ma certo fra i danni che ci arrecano è il minore. Ma non sopporto più la retorica della democrazia che si suiciderebbe togliendo il finanziamento.
Andiamo nel concreto e verificabile. Mi sa dire un SOLO parlamentare attualmente in carica che non potrebbe essere lì se non fosse pagato?
Che poi, non finga di non saperlo, perfino a un caprone come Scilipoti (quello che non sapeva cos'è Standard & Poor's) basta partecipare a un convegno per "guadagnare" quello che io guadagno in sei mesi. Ma non è questo il punto, il punto è che non è possibile che chi è in stato di necessità vada in parlamento. E non in Italia, ma ovunque.
Ci tengo particolarmente perché, su questa fanfaronata del finanziamento pubblico che permette ai senzatetto di governare a fianco dei magnate della tv, si regge tutta la panzana del cittadinismo interclassista. Che nel migliore dei casi porta a Grillo, nel peggiore porta al suo amico Fiore.