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Michele Di Salvo
08 Feb

Come sta cambiando la old new-economy

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  amex, Economia, Editoria, facebook, foursquare, investimenti, new economy, paypal, privco, social, socialnetwork, Società, square, twitter, Visa

neweconomy2Foursquare chiuderà entro il 2013. È una delle news lanciate da PrivCo – società privata specializzata in informazioni su aziende – una di quelle fonti che fanno davvero la differenza nel successo o meno di una new.co al Nasdaq e capace di attirare attenzione (positiva o negativa) su un titolo o su un’azienda. Certo va anche aggiunto che una società come PrivCo vive di informazioni riservate, di rumors e di “far parlare di sé”: va aggiunto che è certamente un canale primario di analisi – e chiunque in questo paese si “atteggi” a startupper dovrebbe almeno avere il buon senso di leggere, se non altro per imparare a fare analisi e valutazioni. Sempre PrivCo tra le varie news annuncia l’interesse di Visa, Amex e PayPal per l’acquisto di Square (stima approssimativa 5 miliardi di dollari), e afferma che nel 2013 chiuderanno circa 1/3 di tutti gli incubatori.

Cosa hanno in comune queste tre notizie apparentemente slegate tra loro? Una serie di riflessioni contigue su com’è cambiata la “bolla” new-economy e di ciò che in realtà sta avvenendo nel mondo. E soprattutto ci danno un’indicazione nuova sui parametri su cui valutare applicativi, siti, aziende e social network – parametri “più veri e realistici” rispetto al semplice “numero utenti dichiarati x un dato valore” [che poi è stato il parametro usato sino a due anni fa per fare valutazioni di titoli come Twitter o Facebook].

Partiamo da Foursquare – azienda stimata 700milioni di dollari, che ha richiesto investimenti per 71 ed ha prodotto ricavi (diretti e indiretti) per 2milioni. Nielsen colloca foursquare al terzo posto tra le app mobile più usate, dopo Facebook e Twitter, con un incremento anno su anno del 118% - un dato piuttosto positivo. PrivCo evidenzia che il traffico sul sito foursquare è fermo a 2,27 milioni di utenti a Novembre e che è sceso di molto rispetto al picco di 2,4 milioni in Agosto. I dati di Foursquare ci aiutano a essere concreti – creare un social network “vero” con applicativi e sviluppo interni e che abbia una piattaforma di un certo tipo non è un “gioco da dormitorio di universitari”. Costa molto, e deve avere un modello di business chiaro per sostenere gli investimenti necessari. E’ facile “sparare numeri” sui propri utenti e sul proprio traffico – ma alla verifica dei fatti la effettiva consistenza di questi numeri appare molto ridimensionata. E questo anche perché l’offerta di piattaforme social è aumentata. Foursquare era il re delle geolocalizzazioni – sino a quando Google e Facebook non hanno integrato con applicazioni proprie o con acquisizioni importanti questa nicchia – e lo hanno fatto partendo da un numero di utenti decisamente schiacciante. Il dato secondario è che se hai 10milioni di utenti registrati, generi circa 2,5milioni di accessi unici al mese – che per una media di 3 pagine visitate fanno 7,5milioni di visite complessive. E questo è un dato medio tendende al basso che possiamo adottare per qualsiasi sito social che abbia utenti registrati. E questo diventa il dato vero e reale su cui fare le valutazioni – economiche, finanziare e di valore (e quindi di opportunità o meno di esserci come utenti registrati o come investitori pubblicitari).

E’ finito – definitivamente – il tempo in cui bastava creare un “raggruppatore sociale”, chiamarlo social network, dichiarare un certo numero di iscritti, moltiplicare per un valore X e dire “io valgo tanto”. E questo non toglie merito o valenza a quella miriade di social (ricordiamo che nel mondo ce ne sono oltre 300 attivi che dichiarano oltre un milione di utenti!) che invece insistono in maniera anche vincente su modelli di nicchia o su gruppi sociali ed economici o di interesse ben precisi, e quindi con una propria rilevanza, in alcuni casi anche strategica. Pur tuttavia se viene dichiarato un milione di utenti, oggi ci si aspetta un dato realistico non inferiore a 750mila visite al mese – almeno per rendere credibile quel dato.

La seconda “previsione” è interessante perché inverte l’ordine di ragionamento sin qui visto e letto nella cd. new-economy – che era basata su un modello sequenziale del tipo: ho un’intuizione, propongo un’idea, qualcuno la compra e la realizza  spese sue… e io divento milionario in una settimana. Square dimostra che si può partire anche con poco – se l’idea è valida ed ha davvero un mercato ed una utilità in sé – e anche in mercati apparentemente strutturati e chiusi. Un’idea di pagamento elettronico che nessuna delle grandi reti di carte ha voluto finanziare è diventata oggi un “pezzo necessario e indispensabile” da acquisire per fare la differenza. Ed anche le grandi società finanziarie – che per la crisi hanno tagliato di oltre il 50% gli investimenti in sviluppo e ricerca lasciando solo quelli sulla sicurezza – faranno a gara a racimolare risorse per acquisire un’applicazione che spazzerà via in pochi mesi pos e strumenti di pagamento via cavo.

La terza previsione è ancora più vasta. Segna l’inizio della fine del concetto di incubatori e conseguentemente di una parte del ventur-capitalism nella new economy. Il processo va ricondotto a dieci anni fa – quando sono nati i grandi colossi che hanno cominciato a prendere in mano la rete; parliamo di Amazon, Viacom, Google, giusto per chiarire… L’idea degli incubatori era quella di “ora che ho la rete, vediamo cosa posso far fare agli utenti per generare utili” – e invece di assumere direttamente sviluppatori si finanziavano grandi centri e agglomerati per far sviluppare applicativi e soluzioni tra cui “scegliere” per “arricchire l’offerta in rete”. Indiscutibilmente l’eccellenza di questo processo è stata Apple (seguita poi dalla piattaforma Android); il modello è pressappoco: sviluppa ciò che vuoi come vuoi e dove vuoi, poi io vendo e guadagniamo insieme: io non investo e non ho costi e tu hai un guadagno proporzionato all’interesse verso la app che hai creato – agli utenti poi la più vasta gamma di prodotti possibile a prezzi contenutissimi.

Oggi gli incubatori chiudono, colpa della crisi, ma più che altro di un cambiamento nella visione complessiva della rete, nel tentativo di “ridimensionarla”, proprio per mantenere quelle posizioni di controllo e di dominanza che si sono ormai consolidate. la paura vera è dove “non si può chiudere” – ovvero in quei paesi che sono il vero motore delle innovazioni e delle interazioni: India, Cina, Brasile e Russia, che invece investono sempre più in piattaforme alternative – con il nesso e connesso di indotto legato agli applicativi. Resta quindi un problema di semplice relatività. Siamo abituati a pensare alla grandezza di Google, di Facebook e Amazon come assolute, laddove restano leader pesanti in un mercato di circa 1,5miliardi di persone. Completamente inesistenti in un mondo che in quattro paesi ne raccoglie almeno altri 3, e completamente incapaci di interagire con un miliardo di persone nella fascia afro-medio orientale.

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micheledisalvo 02/11/2013 14:11

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