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Michele Di Salvo
09 Dec

Non continuiamo a farci del male

Pubblicato da micheledisalvo

Non continuiamo a farci del male

È stata una bella competizione. L’ho scritto due giorni fa e continuo a sostenerlo.
Una bella prova di democrazia e per la democrazia, che apre molti scenari e punti di riflessione.
Non esulto, come fa Mario Lavia su Europa dicendo che “Renzi è il nuovo”, né che si chiude la storia dell’apparato di partito che non serve più per vincere. Renzi non è come scrive il vice direttore di Europa un “nativo del pd”: Renzi fa politica da oltre vent’anni e nasce nel Partito Popolare, confluito nella Margherita, poi entrata nel PD. Ed in più ha vinto non quando giustamente affermava di avere “solo il 3% degli eletti del partito a sostenerlo” ma quando sul suo carro sono saliti circa il 50% di loro.
Questo è bene dirlo con chiarezza, al di là di ogni esultanza.
Ed è anche bene dire che mentre “nel partito” – ovvero tra gli iscritti, e tra i segretari provinciali – ha circa il 50% dei consensi, sono serviti i voti “aperti” per proiettarlo più che alla segreteria del partito direttamente alla corsa per Palazzo Chigi. E senza minimamente voler ridimensionare un successo che comunque era evidente e quasi scontato, mi sento però di dire che quel “milione di persone in più” era per gran parte di chi questo partito non solo non lo vota, ma non lo ha mai votato né lo voterà. Ma son le regole, e vanno rispettate, così come l’esito del voto.
Con tutte queste premesse per me però le buone notizie ci sono.
Questa è la prima assemblea nazionale in cui si affaccia una gran parte di delegati “nativi pd”. Qui si, bisogna dirlo. E questo sarà – pena la sopravivenza – anche l’ultimo segretario del Pd che in qualche modo è espressione della dicotomia DS-Margherita.
Il nuovo segretario ha davanti a sé sfide complesse: dare voce e vita concreta alle cose che ha detto e promesso, e per una volta ha in dote percentuali adeguate per farlo, senza alibi e attenuanti, a cominciare dalla composizione della segreteria e della direzione, primo banco di prova.
Dovrà dimostrare concretamente che il merito – di cui ha tanto parlato – conta più di chi, più o meno blasonato, è salito sul carro del vincitore.
Dovrà dimostrare che la “nobiltà romana” – fatta spesso di relazioni che in fin dei conti non spostano più di tanto, ma si autoalimentano di autoreferenzialità – conta poco, e che i facili cortigiani non avranno vie privilegiate.
La necessaria impellenza della legge elettorale – che credo avrebbe preferito fare lui – certamente non gli spiana una via né breve né facile verso Palazzo Chigi, e su questa strada l’ostacolo maggiore sarà dei tanti parlamentari che non sono certi della riconferma e della rielezione, e questa è la vera maggioranza assoluta in parlamento nella somma di tutti i partiti.
Se non vuole essere logorato e impantanato dal partito, dalle lotte interne, dalle beghe di parte, e i vari mal di pancia di tutti coloro che lo hanno appoggiato per interesse e che, se la matematica non è un’opinione, difficilmente riuscirà ad accontentare tutti men che meno in maniera soddisfacente (per loro), Matteo Renzi deve necessariamente andare al voto entro aprile, semmai in abbinamento con le elezioni amministrative, evitando due passaggi: le elezioni di marzo dei segretari regionali – primo test che potrebbe mettere in discussione nei territori la sua leadership (o comunque ridimensionarla) – e il test delle elezioni europee, il cui risultato è comunque sempre stato una cartina di tornasole per ogni segretario.
Al netto di tutto questo il Partito Democratico ha davanti a sé un lungo calendario elettorale, anche abbastanza compresso. Cambia l’avversario politico, non più Berlusconi, ma Grillo, l’euroscetticismo e il populismo. E non basta un uomo diverso, ma occorrono sintassi nuove oltre le parole, e soprattutto dimostrare concretamente percorsi diversi rispetto al passato, perché un ennesimo “tutto deve cambiare perché nulla cambi” sarebbe la pietra tombale per il Pd, e viste le proporzioni, senza alibi e attenuanti, su questa pietra tombale ci sarebbe un solo nome e cognome.
Alle elezioni politiche di aprile – con ogni probabilità – seguiranno dunque le europee di maggio, e qualsiasi sia il risultato, un nuovo congresso a settembre che passerà attraverso regole che tutti ci auguriamo migliori di queste.
Nel mentre sulle spalle di Matteo Renzi – e ci auguriamo tutti nella maniera più condivisa possibile con tutti coloro che il neo segretario avrà voglia coraggio e capacità di coinvolgere nel suo progetto – pesa la peggiore crisi economico-sociale del Paese: la forza e il coraggio di proporre oltre gli slogan soluzioni impopolari ma necessarie, e cercare di non farsi “uccidere” politicamente dal suo programma.
In questo percorso, forse, a Matteo Renzi converrà fidarsi di più di coloro che la pensano diversamente da lui, dicendoglielo in faccia, rispetto ai tanti che lo hanno lusingato e appoggiato negli ultimi dieci mesi.
Ciò che di certo non fa bene al partito, e men che meno fa bene al nuovo segretario, è il prosieguo di un pezzo di quella comunicazione tossica e massimalista, e talvolta francamente un po’ grillina, che abbiamo visto in quest’ultimo mese, che se è stata per certi versi funzionale a radicalizzare e polarizzare la campagna elettorale, come insegna la parabola dei cinque stelle, diventa ostacolo paralizzante in qualsiasi iniziativa costruttiva e di proposta, perché di fatto ti impedisce il dialogo e la collaborazione.
Se nel caso dei cinque stelle quella strategia comunicativa impedisce una “collaborazione con l’esterno”, in questo caso rischia di impedirla all’interno, e francamente vedo davvero duro affrontare tanti appuntamenti elettorali fondamentali con metà del partito (per altro quello elettoralmente più attivo radicato e mobilitato) che incrociasse le braccia.
E non sarebbe “un capriccio” come dice sempre Mario Lavia oggi, ma una scelta politica non voluta, dettata e indotta semplicemente da toni che non hanno mai fatto bene a nessuno.
Come Plutarco disse nelle parole di un indovino appartenente alla famiglia Spurinna (http://it.wikipedia.org/wiki/Spurinna) “Cesare ! Guardati dalle Idi Di Marzo!”. Cesare al mattino fatidico, prima di entrare in Senato, spavaldo gli ribatté: “ Spurinna, come vedi, le Idi son giunte ... !”. Al che, Spurinna replicò “Si, son giunte - o Cesare - ma non sono ancora trascorse”.

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elda lanza 12/09/2013 12:40

Articolo condivisibilissimo. Quello che mi preoccupa e' la sua onnipotenza demiurgica. Comunque non morde. E chissa', forse ci sveglia. Complimenti