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Michele Di Salvo
16 Jan

Dal progetto Quantum ai BitCoin - la rete globale della NSA

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  Nsa, network, Cia, datagate, privacy, Al Franken, Usa, Quantum, BitCoin

Dal progetto Quantum ai BitCoin - la rete globale della NSA

Il senatore Al Franken del Minnesota, a capo della commissione di inchiesta sulla privacy, e relatore della relazione alla base della riforma della legislazione federale in materia, non è ultimamente ben visto dalle lobby delle grandi aziende americane. Per sua voce la settimana scorsa sono emersi dettagli che hanno creato non pochi imbarazzi alla “The Alliance of Auto Manufacturers” la lobby che rappresenta appunto i fabbricanti di auto. Il tema è quello dei navigatori satellitari, e delle scatole nere di ultima generazione, e i relativi dati sulle abitudini degli automobilisti. La sua commissione ha dichiarato illegittima sia la raccolta indifferenziata sia soprattutto la condivisione di queste informazioni sugli spostamenti dei cittadini con le compagnie di assicurazione, che le usavano per “modulare” i tariffari delle proprie prestazioni.
La sua commissione di fatto si sta trasformando in quella che un consulente della commissione ha definito “il luogo più sicuro e legittimo in cui chiunque abbia da fare rivelazioni e fornire documenti sul tema della privacy e della sua violazione può e deve farlo”. E da questa settimana l’ufficio del senatore non sarà ben visto nemmeno dagli ambienti dell’intelligence.
Dalla sua commissione in questi giorni sono trapelate almeno altre due notizie, entrambe con oggetto la Nsa e la Segreteria di Stato. La prima riguarda le foto pubblicate su molti quotidiani secondo cui alcune apparecchiature sui tetti delle ambasciate Usa sarebbero servite da centraline di intercettazione: così non è, ed è stato chiarito che mai strumenti diretti della diplomazia Usa sono stati utilizzati per questi scopi, ed è emerso che si trattava delle scatole di controllo del sistema di comunicazione satellitare e di cifratura presente ovunque, da qui la somiglianza.
La seconda notizia fa riferimento ad una serie di documenti arrivati in commissione di cui il senatore Franken in persona si sarebbe preoccupato di ottenere conferma (o smentita ufficiale) ricevendo – come dovuto trattandosi di una commissione d’inchiesta con poteri giudiziari – la documentazione completa su di una rete di “computer clonati” – sarebbero oltre 100mila – e usati dalla Nsa per spiare o attaccare obiettivi sensibili esteri.
La rete, denominata Quantum, sarebbe stata messa in piedi negli anni sfruttando inizialmente codici di connessione wireless. Il sistema è abbastanza semplice ma realizzabile con una tecnologia particolarmente costosa e parzialmente top-secret. Entrando infatti nei codici dei rooter e disponendo delle chiavi di accesso la Nsa è riuscita a inserire dei “malware” (software maligni) nei computer di ignari utenti o reti aziendali, potendoli così sfruttare sia come interfaccia, sia per generare attacchi esterni senza che nulla potesse ricondurre all’agenzia.
Un’attività non nuova e nemmeno sconosciuta, ma che in genere viene attribuita ad hacker, cyber criminali o a società di investigazione privata. Ancora più scioccante per la società americana, abituata a pensare ad un nemico o uno spionaggio esterno, mai interno, che quindi queste cose poteva immaginarle solo made in Cina, in Corea del Nord o in Russia.
Accettare che questa volta “lo Stato canaglia sia il tuo, e che lo spionaggio o l’attacco informatico sia pagato con le tue tasse” – come ha affermato John Sullivan della EcoSystem – è qualcosa che gli americani non si aspettano, al punto che questa notizia è stata ripresa in prima pagina dal NewYork Times e, c’è da scommetterci, terrà banco a lungo, almeno sino a che non verranno chiarite le corresponsabilità e connivenze dei giganti della comunicazione come Cisco, IBM, AT&T, ovvero coloro che sono in grado di fornire le chiavi di accesso necessarie a costruire una rete su così vasta scala e a livello mondiale.
In questo scenario di rivelazioni ufficiali, una nuova ricerca, questa volta nata nel deepweb (il web sommerso) avrebbe a che fare con l’ultima moda dei cybernauti di tutto il mondo. Cosa farebbe di fatto la rete di computer spontaneamente interconnessi tra tutti i “cercatori” di bitcoin? Quali sono le masse di dati da decrittare per cui servono tanti computer che nonostante tutto lavorano così lentamente? A queste domande alcuni informatici avrebbero iniziato a rispondere ipotizzando che i “pacchetti” che i minatori di tutto il mondo si sarebbero uniti per decifrare, per cercare gli agognati BitCoin altro non sarebbero – a giudicare dai tipi di algoritmo – che i dati cifrati raccolti in oltre 12 anni di intercettazioni illegali e adesso riuniti nello Utah Data Center da parte della Nsa. Sarebbe, secondo gli esperti, l’unica massa di dati al mondo che richiederebbe uno sforzo informatico di decifrazione così imponente da coinvolgere una forza stimata in oltre 180mila computer.

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Due righe che vorrei dedicare agli amici della community bitcoin.
Qualcuno ha – con voluta malafede – leggere nel mio articolo un’avversione, un attacco, o cattiva informazione. Lungi da me.
Io stimo la filosofia di fondo, e non ho mai voluto attaccarli. Né considero nessuno dei “miner” né dipendenti né assoldati dalla Nsa. Sia chiaro. Ho detto altro. ho detto che al momento il 256bite è il più diffuso algoritmo di crittazione. Ho detto che i pc in rete – di fatto – decrittano quel codice. Ho detto che c’è una ricerca in corso sul tema, e francamente nessuno può chiedermi di rivelare una mia fonte, che ritiene che l’esito sia proiettato in quella direzione.
È come dire che studiare i raggi X serva per le cure chemio o per le radiografie o per il controllo delle persone. O come dire che un’equazione serve per risolvere un problema matematico o per costruire la bomba atomica: mica chiunque risolva l’equazione è parte e complice di un’arma? Solo chi ha la coscienza sporca potrebbe pensarlo.
Nondimeno il punto è che forse questa community è nata ed è stata stimolata in una logica di “comunicazione tossica” – spinta a una rivoluzione che poi è semplice alternativa.
E in questo sentirsi community ogni volta che una voce fuori dal coro evidenzia una semplice “anomalia” viene vista come “un nemico da abbatere” o che “lotta contro”.
Keep claim and be tuned direbbero gli inglesi, certa animosità non aiuta, semmai lascia irrisolti i dubbi.
Mi sono detto disponibile a un confronto, ma non ho ricevuto risposta.
Se non con link a wikipedia – che lasciano il tempo che trovano – a siti simil ufficiali – che non indicano nulla – e a rinvii autoreferenziali, a persone che per altro per altro reputo in buona fede.
Se però penso non al bitcoin ma alla sua community trovo troppa esaltazione in un aspetto rivoluzionario e semmai salvifico e maieutico, e non credo le sette salvino il mondo.
Se la sostanza di quello che ho scritto è stata fraintesa me ne scuso, ovviamente.
Resta un problema sostanziale che spero qualcuno voglia affrontare confrontandosi serenamente.

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