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Michele Di Salvo
19 Mar

La sfida delle aziende hitech in Italia

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  web, giovani, startup, innovazione, internet, sud, sviluppo, politica, Italia

La sfida delle aziende hitech in Italia

Sembra satira ma non lo è. Ancora più drammatico quando tutti questi episodi si sommano nella vita e nella gestione di un'impresa. Ma è bene partire da queste considerazioni per comprendere che, se la burocrazia in Italia è in sé un problema, è solo l'ultimo degli aspetti patologici – forse il più evidente – di un'intera nostra logica nazionale. E c'è da dire che funziona anche ottimamente come "anestetico" per non vedere ciò che gli imprenditori – e quindi a costo zero per lo Stato – potrebbero da soli fare per migliorare la propria vita, il proprio lavoro, il sistema impresa Italia nel suo complesso.

Cominciamo dall'annosa questione delle gare pubbliche.
Se sei giovane, se hai appena fondato un'impresa, non importa che tu abbia i migliori e più qualificati collaboratori del mondo, o cosa sai fare – spesso solo tu e pochi altri – se non hai almeno "tre bilanci" non puoi nemmeno partecipare ad una gara pubblica.
Poi ovviamente se non hai "almeno un minimo di fatturato" nemmeno puoi partecipare ad una gara pubblica. E quando lo raggiungi "devi dimostrare di aver già lavorato per il comparti pubblico".
Il che in sè è fighissimo: come fai a dimostrare di aver lavorato con il pubblico se tra i tuoi requisiti deve esserci quello di aver già lavorato con pubbliche amministrazioni?

Se poi passiamo alle imprese private la scena è decisamente surreale.
Se hai meno di quarantanni anche gli imprenditori che vanno in tivvù a parlare di spazio ai giovani e di investire sulle giovani imprese manco ti ricevono. (a meno che non tu non sia il figlio del loro compagno di club). Se non hai almeno tre bilanci manco puoi presentare un'offerta (sempre a meno che tu non sia il figlio del loro compagno di club).
Mo io vorrei chiedere "non saresti tu a dover dare a me i tuoi bilanci visto che sei tu che mi dovresti poi pagare"?
Con le grandi aziende – che se poi ti fai un giro anche solo in Europa sono grandi al massimo per la loro provincia (che se le aboliscono poi si sentono spaesati) – di acconti non se ne parla, e i pagamenti possono arrivare anche a 180giorni.
Mo per dire:
1. se io dipendenti, collaboratori e servizi li pago tutti i mesi, e il lavoro te lo devo consegnare in 30 giorni, perché tu mi devi pagare tra sei mesi?
2. perché per avere liquidità per fare a te un lavoro devo farmi scontare in banca la tua fattura e rimetterci per sei mesi il 12-15%?
3. soprattutto, perché me lo chiedi tu – ad esempio – impresa che ti fai pagare dai tuoi clienti (talvolta io) – addirittura in anticipo?
Ovviamente tutto questo sistema di pagamenti dilazionati e di necessità di affidamento bancario taglia fuori dal mercato le aziende molto giovani, che non hanno questa capacità finanziaria, e soprattutto non hanno questo tipo di accesso al credito.
Ovviamente quando tutto manca scatta il "mi fai vedere il tuo porfolio clienti?" - jolly eccezionale da sfoderare a uno che ti dice siamo nati da pochi mesi, anche se ti mostra un'azienda perfetta con dieci persone che una sola ha un curriculum che vale il doppio del tuo interlocutore che ti chiede "almeno 100 clienti del suo settore..." e ti dimostra che può fare molto, ma davvero molto, per te...

Eppure tutte queste difficoltà messe proprio dalla miopia delle imprese, finiscono con l'essere un danno proprio per loro. Perché con maggiore acceso al lavoro e aumentando la competitività, non solo sul "prezzo" ma sulla "qualità" e sulle idee nuove, sulle nuove conoscenze, sull'inventiva, sono le stesse imprese a poter beneficiare di prodotti e servizi migliori e quindi diventare più competitive.
Si perché nel resto d'Europa, avere giovani imprese che ti propongono delle offerte, mette in competizione tutto il comparto, stimola proposte innovative, abbassa comunque i prezzi delle forniture.
Questo fa si che, con prezzi più contenuti, quegli stessi servizi divengano accessibili a più imprese e privati, e quindi si genera, virtuosamente, altro mercato, in cui crescono tutti, e si crea maggiore occupazione e stimolo complessivo.

Ecco cosa avviene poi in una piccola azienda che nonostante tutto questo cerca di sopravvivere.
Pur di assicurarsi un cliente almeno medio (secondo parametri tutti nostri ovviamente) ribassa i prezzi all'osso, e deve ovviamente ricaricare il costo di struttura sui clienti più piccoli.
In caso di sofferenza, la piccola azienda deve ricercare nuovi clienti, e con gli acconti o i saldi di questi, pagare fitti, stipendi, utenze... e non ha quasi mai risorse per l'assistenza, per seguire il cliente, per pensare nuove offerte e dedicarsi alla elaborazione di nuovi servizi.
Questo fa si che le aziende stiano "ferme". Questo significa che quell'azienda sarà in grado di offrire "solo quello" e di fare solo "quella cosa", perché non ha tempo – anche nel piccolo – di fare ricerca, formazione, innovazione. Un commerciale, una nuova strategia di marketing? Solo costi non sostenibili. Con i titolari spesso impegnati tutto il giorno a fare preventivi o a rincorrere per essere pagati. E non ci si accorge che tutto questo – altrettanto spesso – porta a perdere i vecchi clienti... ma per loro, di necessità virtù...

Certo, lo Stato, la burocrazia, le banche cattive (a farsi il famoso "giro", parlando da imprenditore potrei dire serenamente "le peggiori d'Europa" – ed è drammatico vedere come le stesse banche italiane, all'estero, si comportino in maniera differente!).
Sono tutti fattori veri, di rallentamento concreto, e talvolta di ostacolo puro, non solo alla crescita, ma anche alla nascita e vita e sopravvivenza del mondo imprenditoriale.
E tuttavia certe logiche, vecchie, protezioniste, consociative, affariste, sono il macigno peggiore nel "tenere a terra" le migliori menti giovani, i neolaureati, quelli con una formazione di eccellenza, che vorrebbero e potrebbero fare impresa, buona impresa, innovativa, e con proposte di mercato vantaggiose per l'intera impresa.
E questo cambio di mentalità non richiede leggi, decreti, nuovi governi, nomi specifici in qualche ministero, non richiede elezioni né stanziamenti di fondi.
Almeno un po', ma giusto appena... non sarebbe il caso, almeno su questo, di assumerci tutti le nostre responsabilità?

p.s.
Ove mai qualcuno leggesse questa nota come una "questione personale"...
Faccio l'imprenditore da ormai 19 anni, ho tre aziende. Ormai il mio fatturato è da tre anni all'84% extra-italiano. E non lavoro con credito bancario, anzi meno lavoro con le banche italiane e meglio sto. Lo so, molti colleghi diranno che sono un privilegiato. Io confesso che in parte è una sconfitta.
Però nella scelta dei clienti, non penso alla burocrazia italiana, ma all'impresa che ho davanti, ed al modo di ragionare delle persone che sono miei interlocutori. Si sono un privilegiato, perché posso tranquillamente dire "no grazie, non mi interessa lavorare con te, non è una questione di soldi..." ed ogni volta è anche più triste quando quell'impresa è italiana, e lo fai perché quella logica non ti
sta bene.

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La sfida delle città del sud - ilRoma 18/03/20
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Capita spesso sentire parlare i nostri politici e amministratori di agenda digitale, di investimenti sulle nuove tecnologie, di attrarre nuovi investimenti per cerare opportunità di lavoro. Poi quando provi a declinare il concetto, ti accorgi che sono pochissimi a sapere di che si parla, e tra questi pochi ancora meno sanno spiegare perché e come web, tecnologia e interconnessioni creano sviluppo e occupazione. Perché se un nesso c'è, questo va anche colto e spiegato, perché solo così si può anche comprendere cosa fare, in maniera coerente, con una pianificazione strategica, semmai senza spendere neanche troppe risorse. E allora cerchiamo di comprendere pochi semplici principi di base.
Noi siamo un Paese di trasformazione, nel senso che il nostro sviluppo, anche industriale, è sempre dipeso dal costo delle materie prime, da importare, dalla nostra eccellenza e specializzazione nel “lavorarle” e creare prodotti, e nel rivendere questa produzione. Se tutto questo al sud è sempre rimasto in una dimensione poco più che artigianale nel migliore dei casi, è anche vero che ovunque si è diffusa una cultura di base dell'eccellenza. Dalle gioiellerie, all'abbigliamento, all'agroalimentare quel deficit dimensionale che caratterizza l'artigianato di qualità è oggi la risorsa essenziale del meridione. Ma si porta con sé ovviamente altri deficit, tra cui scarsa capacità di coordinare azioni incisive nell'export, un sistema della logistica e dei trasporti arretratissimo, una precarietà di sviluppo costante, e spesso la dipendenza del tessuto socioeconomico dalle scelte (anche finanziarie) della politica.
Il web non è la panacea per tutti mali, né in sé la risposta a tutti i problemi, ma può fare molto. Per una volta senza distruggere posti di lavoro ma creandoli. La rete può facilitare l'export, l'incontro con i buyers mondiali, far conoscere prodotti e servizi, e può anche far incontrare aziende e professionalità e creare occupazione senza “spostare le persone”.
Se si è consapevoli di questo, il nostro territorio deve – imperativo più che categorico direi sopravvivenziale – investire ed offrire spazi ed opportunità a questo settore. E può farlo perché non sono richiesti grandi investimenti, se non in alta formazione, ma le scelte politiche dovrebbero essere almeno due, che sino ad oggi oltre le parole, sono mancate: credere nei giovani e nella loro capacità di innovazione, e rinunciare per una volta a “entrare” nelle dinamiche di impresa “lasciando fare”.
E le occasioni non mancano. Da un lato le aziende hitech sono alla disperata ricerca di dislocare centri di innovazione e sviluppo nel mondo, per recepire le idee migliori e creare centri di eccellenza, dall'altra al nostro territorio non mancano “i luoghi” da destinare a chi vuole investire qui. Si tratta di non restare ancorati alla vecchia idea che la grande occupazione la crea la grande industria e scegliere finalmente che i complessi industriali – come avviene Bombai, nei Docs di Londra e New York o nelle ex fabbriche dell'interland di Parigi e Francoforte – diventino “il luogo dell'innovazione”.
Quando venne fondata la stazione zoologica marina, quella che chiamiamo acquario, Dhorn per finanziare la ricerca disse alle nazioni “noi abbiamo il luogo, voi i ricercatori ma non abbastanza risorse da destinare, bene, mandateli da noi, e ci pagate un canone per ogni “banco di ricerca”. Mutuare quella storia, che è la nostra storia, per luoghi come Bagnoli, ma anche come la ex Birreria Peroni, è solo l'ultimo degli esempi di come, senza spendere nulla o relativamente poco, il motore pubblico, oggi, può avviare una macchina incredibile di opportunità, di formazione, di incontro e sviluppo che – per una volta – non alcuna ricaduta negativa.
Basterebbe avere la credibilità per dire ai Google, Microsoft, IBM ma anche alle aziende più piccole, semplicemente “noi vi mettiamo a disposizione uno spazio, in comodato d'uso per un certo tempo, e tu ti impegni a formare un certo numero di persone che lavoreranno da te”. E molti di quei giovani, oltre a non dover migrare per imparare (quando possono permetterselo), un domani potranno avere qui quelle opportunità di eccellenza per creare autonomamente il proprio futuro.
Ma occorre crederci, e spesso questo è proprio quello che manca.

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