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Michele Di Salvo
20 May

Programma M5S sette punti sette balle

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  m5s, Grillo, europa, europee2014, elezioni, euro, fiscal compact, eurobond

Programma M5S sette punti sette balle

Anche questa volta Beppe Grillo – argomentando poco o nulla – propone un programma sintetico per le elezioni, stavolta europee. Se per i venti punti delle elezioni politiche c'era molto da discutere, questa volta il livello si abbassa ulteriormente, direi in maniera direttamente proporzionale a quale e quanta conoscenza dell'Europa e del suo funzionamento hanno gli italiani.
Come al solito c'è un conglomerato, più che un concentrato, di tutto: luoghi comuni utili ad attrarre elettorato bipartisan secondo lo schema ormai noto: 1. indicazione di un nemico colpevole di tutti i nostri mali, 2. implicita indicazione di “tutti gli altri” collusi con quel nemico imprecisato, e 3. solo i 5 stelle come soluzione radicale, drastica e salvifica.
Vediamo in dettaglio.

1. Referendum per la permanenza nell’euro.
“Per dovere di cronaca va detto che ad oggi i trattati Ue non prevedono la possibilità di uscita dalla moneta unica ma solo dall’Unione europea. Questo perché l’adozione di una moneta unica era stata concepita all’inizio come un processo irreversibile volto a rafforzare l’integrazione economica e politica dei Paesi Ue.” Non è una risposta mia, che ormai sono diventato onoris causa bloggis grillorum “giornalista, assunto all'Unità, pagato dal PD e da fondi pubblici”. Poco conta sia tutto falso. La risposta virgolettata è di Alessio Pisanò, sul Fatto Quotidiano, giornale acclaratamente vicino ai Cinquestelle. Anche lui sarà un colluso, o un “falso amico” o anche un infiltrato.

2. Abolizione del fiscal compact.
Il fiscal compact è un trattato, nello specifico un accordo preso tra i capi di Stato e di Governo nel Consiglio Europeo. Essendo atto intergovernativo (tra governi) e non comunitario anche in questo caso il parlamento Europeo, ovvero l'organo per cui siamo chiamati a votare, non ha alcun ruolo di riforma e trasformazione. Semmai tocca andare al governo, in vari paesi, e tocca che ciascun paese abbia autorevolezza, per poter poi, intergovernativamente, proporre modifiche.

3. Adozione degli Eurobond.
Si tratta di stabilire il principio per cui a pari moneta e con integrazione politica, si adotta un unico strumento di debito. Si eliminano quindi gli spread tra tassi di interesse sul debito tra vari paesi dell'area euro. Una proposta interessante che va nella direzione di eliminare i vantaggi indiretti, ovvero ad esempio la capacità di imprese di un dato paese di avere credito ad un tasso inferiore e poter quindi (ad esempio) finanziare acquisizioni ed espansioni intra-unione in posizioni di indebito vantaggio, oppure la capacità di alcuni paesi di avere una minor spesa corrente per interessi.
Gli eurobond non significano che “il nostro debito” o altri debiti nazionali vengano “spalmati” su altri paesi, ciascuno resta con il proprio debito. Quello che cambia è lo strumento di negoziazione.
Vanno fatte tre precisazioni tuttavia: la prima, non è il parlamento il luogo di decisione di questo strumento, sono una vecchia proposta che però va definita nel “come” e nel “da quando”, è già una proposta di altri partiti, PSE in primis.

4. Alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune.
Punto vago, non declinato, non argomentato. In sé vuol dire tutto e niente. E in questo fondato sulla non conoscenza dell'Europa. Perché non dire ad esempio che in questa direzione esistono molte commissioni nel Parlamento europeo? Perché non dire che indipendentemente dalla UE basta iscriversi nel Processo di Barcellona o che esiste una Unione per il Mediterraneo. Una simile prospettiva non può infatti ignorare i Paesi non europei che si affacciano sul Mediterraneo, sia a scopi commerciali, di aiuti allo sviluppo che di gestione dell’immigrazione la quale non può restare responsabilità unica dei Paesi di arrivo come l’Italia.
Esistono molti tavolo di collaborazione e cooperazione in questo senso, basta conoscerli, e semmai poi spiegare cosa fare di più e meglio ed in che direzione e con quali strumenti.

5. Investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3% annuo di deficit di bilancio.
Anche questo punto non è nuovo, e trova larghe convergenze e molte proposte pregresse sia nel PPE che nel PSE. Tuttavia non è tema direttamente del Parlamento ma riguarda i trattati. Maastricht primo tra tutti. Anche su questo, come per gli Eurobond, occorrono larghe convergenze – possibili solo appartenendo ad esempio a gruppi parlamentari ampiamente transnazionali – per convincere i paesi con un debito fisiologico, non superiore al 90% del PIL come i paesi del nord Europa, che questo problema non ce l'hanno e che investono da anni in questa direzione.

6. Finanziamenti per attività agricole e di allevamento finalizzate ai consumi nazionali interni.
Qui i temi sono due. Intanto l'agricoltura. È bene chiarire i numeri reali. Nel bilancio pluriennale 2014-2020 la politica agricola comune riceve già 960 miliardi di euro in stanziamenti d’impegno (e 908,4 miliardi di euro in pagamenti) di cui 312,7 miliardi di euro (29%) andranno per le spese connesse al mercato e i pagamenti diretti e 95,6 miliardi di euro (9%) per lo sviluppo rurale.
Tali fondi sono diminuiti negli anni a vantaggio di altri settori come infrastrutture, ricerca, innovazione, cultura e tanto altro, coerentemente con il cambiamento dell'economia dell'Unione negli ultimi quarant'anni. Questo per quanto concerne i finanziamenti alle "attività agricole e di allevamento".
Andrebbe chiarito cosa si intende quindi per "finalizzati ai consumi nazionali interni”.
Se ad esempio la proposta va nella direzione di escludere l'export, e quindi le filiere con marchi di eccellenza destinati prevalentemente all'esportazione, ed alla tutela identificativa che li tutela e valorizza, pensiamo ai marchi dop, doc, igt o ai "made-in".
O se quel consumo nazionale intenda quello alimentare, con esclusione della produzione industriale o semi industriale, che va dai mangimi alle fibre tessili o alle colture finalizzate ad usi chimici.
O se infine non si voglia introdurre una qualsiasi forma di protezionismo, e verrebbe da chiedersi perché l'Europa dovrebbe finanziare un'attività agricola italiana per il suo consumo protetto interno a discapito di quello di un altro membro dell'Unione – il che sarebbe in sé una violazione praticamente di tutti i trattati europei, dal libero mercato al libero scambio...
O se da ultimo non si voglia intendere misure che, finanziando l'agricoltura intraeuropea (come avviene per settori strategici limitati), non siano misure tese a "drogare" un mercato a discapito dei paesi più poveri. Un esempio: finanzio la produzione di caffè in Europa, destinati al consumo comunitario, abbattendo con fondi pubblici i costi di produzione (più elevati in Europa che non in sud America). A parte che il minor costo il consumatore lo paga ugualmente attraverso la spesa pubblica europea, l'economia globale insegna che misure equivalenti non gioverebbero al nostro export.
Questo punto resta comunque essenziale per comprendere come "la non chiarezza" di un punto programmatico implichi tutto, il suo contrario, e soprattutto dimostra una conoscenza più che superficiale di forme, modi e strumenti delle istituzioni europee. Oltre che dei dati e delle basi economiche.

7. Abolizione del pareggio di bilancio.
Il pareggio del bilancio non è una misura europea, non la decide alcun organo europeo, ma è un principio introdotto con legge costituzionale, che per la verità non parla di “pareggio” ma di “equilibrio”.
Il Parlamento europeo – organo per il quale si vota – non ha alcun potere in tal senso. Semmai ce l'ha il parlamento nazionale. E qui il Movimento 5 Stelle è presente, e all'unica proposta di deroga ha anche votato contro.
Il tema vero sarebbe chiedersi se sia un bene o meno avere un “freno” alla discrezionale capacità di “sforamento di bilancio”, uno strumento che dovrebbe orientarci verso le prassi degli Stati Uniti in cui la presidenza per “sforare il tetto del debito” deve chiedere una specifica autorizzazione al parlamento, altrimenti deve contenersi in precisi limiti.

Se su alcuni principi e “buone intenzioni” possono esserci numerosi punti di convergenza, quello che appare invece evidente è l'assoluta superficialità con cui vengono affrontati i singoli temi e punti programmatici. Liste che includono candidati che non hanno alcuna esperienza extra-nazionale, con nessuna competenza comunitaria. Per carità, brave persone, nessuno ne vuole dubitare. Ma come evidenzia il programma elencato, molte delle cose che “vogliono realizzare” non riguardano il parlamento europeo, ma i trattati, e per modificarli occorre autorevolezza, esperienza e competenza sovranazionale. Caratteristiche non proprio distintive del movimento di Grillo.

L'Europa ci riguarda tutti, e riguarda da vicino il futuro dei nostri figli. Ma riguarda anche più l'immagine che vogliamo dare attraverso i nostri rappresentanti in quel parlamento.
Lì, volenti o nolenti, conta “con chi stai”, chi sono i tuoi partner negli altri paesi, e non a chi fai opposizione, perché a differenza dei parlamenti nazionali nel Parlamento Europeo non hai un Governo cui dare la fiducia o di cui essere maggioranza o opposizione.
E per questo resta ancora più centrale per il paese, e per un voto davvero consapevole, rispondere ad un semplice quesito.

Il M5S e Grillo non hanno detto con chi si alleeranno. Il Pd ad esempio ha detto che andrà nel PSE e appoggerà Schulz alla Commissione Europea. FI ha detto PPE e che il suo candidato è Juncker. Senza entrare nel merito delle scelte, questa è una indicazione di trasparenza e chiarezza verso i propri elettori. Appare in realtà una nonscelta di opportunismo. Un modo per "non dire", così da "non scontentare nessuno", fare intendere che tutto è possibile e non rischiare di perdere alcun voto. Per fare un gruppo all'europarlamento occorrono deputati di almeno sette paesi. I gruppi in Europa sono sette. Escludendo PSE (col pd) il PPE (con Forza Italia) il GUE (con i partiti comunisti), ALDE (con i liberali) e l'ECR (i conservatori inglesi di Cameroon) ne restano solo due G/EFA (verdi europei e indipendentisti baschi, gallesi, scozzesi e galiziani) e EFD (lega nord e partito "per l'indipendenza dell'Inghilterra" e gli ultranazionalisti)... ed è bene dire anche che i Verdi hanno già detto no!

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