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Michele Di Salvo
31 Jul

Gramsci, l'Unità e il fallimento di una classe dirigente

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  Renzi, Gramsci, PD, Unità, giornali, informazione, Democrazia, partito democratico

Gramsci, l'Unità e il fallimento di una classe dirigente

Non è in edicola l'Unità. Il giornale fondato da Antonio Gramsci. E da lui vorrei partire.

Non è mai esistito uno Stato senza egemonia. La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come «dominio» e come «direzione intellettuale e morale»”
L’egemonia si conquista con la direzione, cioè con la capacità di elaborare soluzioni efficaci ai problemi della società e di avere le capacità politiche per farlo. Se viene meno la capacità di dirigere entra in crisi l’egemonia.
La prassi è questa capacità a risolvere i problemi reali della società e a trasformare il mondo.
Il problema educativo è importante in quanto è espressione, bisogno storico di crescita politica, sociale e culturale delle classi lavoratrici.
Il consenso deve costruirsi intorno a una cultura, a una visione del mondo e attorno ad alcuni ideali. E’ necessario diffondere, pertanto, il più possibile, questa cultura nelle masse, per farla diventare patrimonio di tutti.

Ecco, se torniamo a questi semplici ma essenziali concetti, forse, abbiamo già tutto.
Forse, anche la strada smarrita. Dove e quando.
Concetti come “direzione morale e intellettuale” in antitesi al “dominio”, il “ bisogno storico di crescita politica, sociale e culturale” delle persone, rendendo la cultura “patrimonio di tutti” e accessibile a tutti.
Il consenso costruito intorno a una cultura, a una visione del mondo e attorno ad alcuni ideali, alla prassi come capacità di risolvere i problemi reali della società e trasformare il mondo.

Ecco, il giornale fondato da Antonio Gramsci, se ripercorriamo i sui editoriali di approfondimento di questi anni complicati, nei limiti umani di ciascuno di noi, faceva esattamente questo.
Dava spazio ad un pluralismo di idee e pensieri che “spiegavano” i fenomeni e li rendevano accessibili a tutti. Non semplici “notizie” - quelle pur rilevanti ma che ormai trovano spazi e mezzi più veloci e immediati - ma chiavi di lettura ed interpretazione differenti, per comprendere i fenomeni, e rendere davvero i cittadini consapevoli.
Ecco, leggere di stamina, e leggere i pro, i contro oltre la notizia dell'ultimora e “prendere posizione”, e fare lo stesso su pensioni, referendum, leggi elettorali e riforme istituzionali.
In questo una modernità straordinaria di un giovane quotidiano novantenne, che non è un brand ma un modo di fare e di essere, un modo di scegliere di raccontare la realtà con la funzione maieutica e pedagogica di prendere posizioni consapevoli.

Essere di parte, odiare l'indifferenza.
Interpretare oggi il “ bisogno storico di crescita politica, sociale e culturale” delle persone. Quanto più i tempi solo veloci, complessi, massificanti, e le scelte politiche difficili e per certi versi topiche.
Nel tempo in cui il consenso è costruito sull'immagine, sullo slogan, sull'efficacia televisiva, sulla parola esterofila, sulla simpatia anagrafica, restare un punto di riferimento per chi crede in un consenso costruito intorno a una cultura, a una visione del mondo e attorno ad alcuni ideali, e alla prassi come capacità di risolvere i problemi reali della società e trasformare il mondo.

La crisi di questo giornale e le vicende concrete che ne hanno portato alla chiusura si spiegano senza troppi giri di parole esattamente tornando a Gramsci, a questi concetti così antitetici rispetto all'immagine della politica e dei politici del nostro tempo.
Ecco che l'Unità dava e dà fastidio – in sé, come concetto.
Il solo fatto che esista e che esca in edicola mette in dubbio e in discussione “la politica” dello spot del nostro tempo: che non è fatta solo di notizie e di eventi mediatici, ma che merita – da sempre – se vogliamo cittadini consapevoli – un approfondimento con il giusto spazio per tutte le posizioni.
L'Unità dava fastidio a tutti quelli che questo giornalismo lo hanno scordato da tempo.
Dava fastidio a chi pensa che con il web ogni parola abbia lo stesso peso e lo stesso senso.
Dava fastidio a chi non ama troppo che si approfondisca e comprenda sino in fondo.
Dava fastidio a chi ha fretta, a chi pensa che l'età, la velocità, la scadenza, il risultato ad ogni costo, siano valori maggiori e preminenti rispetto al dibattito democratico, al pluralismo delle posizioni, allo spiegare alle persone quella cosa dove ci porta e cosa significa.
Dava fastidio a chi pensa che una conferenza stampa monologo sia comunicazione politica, a chi ai numeri veri preferisce powerpoint illustrativi, a chi gioca alle bandierine come a Risiko, a chi pensa che una battuta efficace sia sostanza politica.
Da fastidio a chi ritiene che muovere una critica ad una legge o un provvedimento o una riforma, significa criticare e attaccare una persona e la sua leadership (ben sapendo che che non è così, ma dicendolo per convenienza, altrimenti ci sarebbe da pensare a un egocentrismo patologico.)
Dava fastidio ai vaffa nelle piazze, a chi crede nella politica fatta col facile consenso dell'offrire al popolo un capro espiatorio, ai tuttologi del libero pensiero degli status su facebook, del tweet ad ogni costo, dell'hashtag virale e del punteggio klout come misura di se stessi nel mondo.

Mettere a nudo tutto questo, quando da oggi il giornale non è più in edicola, è l'ultima vittoria, la più grande, del giornale e del suo fondatore, su tutti coloro che, con tutta la loro forza, arroganza e presunzione, se la sono presa con chi è più indifeso: un giornale, che tutti dovremmo ricordare essere uno strumento al servizio del lettore e della democrazia, quando le idee ci piacciono, e soprattutto quando non ci piacciono.
È la apparente vittoria del “nuovo”, del giovane, del forte, dell'arroganza, della presunzione, che vede nella chiusura un modo di avere “meno fastidi”, e fare tabula rasa, semmai per metterci domani le mani sopra e dentro, per trasformarlo e “allinearlo”.
Ma questa chiusura è la cifra della vittoria di Gramsci, del suo approccio politico, della sua prassi, della sua visione di qualità della classe dirigente: dire che oggi quella visione non ha posto e spazio, significa ammettere che la classe dirigente attuale non è degna di essere chiamata tale.

Tra le tante parole è questo il senso del “bisogno oggi de l'Unità”: il bisogno di tornare a quella visione di classe dirigente come “direzione morale e intellettuale” in antitesi al “dominio”, il “bisogno storico di crescita politica, sociale e culturale” delle persone, rendendo la cultura “patrimonio di tutti” e accessibile a tutti e ad un consenso costruito intorno a una cultura, a una visione del mondo e attorno ad alcuni ideali, alla prassi come capacità di risolvere i problemi reali della società e trasformare il mondo.

Tra le tante parole che si sono dette e sprecate in questi giorni ne andrebbero dette alcune impopolari, che riconducono ai fatti e un po' meno agli slogan.
L'Unità è vittima della lotta interna delle componenti di un Della scelta folle di fare due giornali. È vittima degli sprechi, certamente, ma anche di ampi saccheggi. Di chi per anni ha usato il giornale per la propria carriera politica, e di chi non ha e non ha avuto il coraggio di metterci la faccia. Per opportunismo.

Nella crisi dell'editoria, per anni sul giornale non si è investito.
Uno statuto allucinante ha impedito decisioni serie e coraggiose richiedendo una maggioranza del 91%.
Anche quando il giornale non è più stato organo del PD, ormai da anni, costantemente sulla testata sono stati “trasferiti” costi e debiti debiti non editoriali, avallando con i fatti quella odiosa accusa per cui “il giornale non vende, è in perdita, è colpa della linea editoriale”.
Mi chiedo cosa doveva e poteva fare “un giornale da solo”, senza che “gli uomini” intervenissero per prendere le opportune decisioni.
Abbiamo sentito dire che “se il giornale fosse stato del PD non avrebbe chiuso” - mentre nello stesso momento in assemblea una proposta di non-chiusura veniva bocciata con il voto contrario del rappresentate del pd e l'astensione di Renato Soru!
E allora capisci facilmente che le belle parole stano fuori, e che le scelte concrete che “fanno fare le cose” sono altre, e comprendi che il progetto è proprio un altro.
Mettere insieme tutto per creare un grande calderone vuoto, semmai con dentro Europa, Youdem e tanto altro. Normalizzare tutto “mettendo i tuoi uomini” al posto “di altri”. E un giorno rivendere te stesso come il salvatore della patria (in questo caso il giornale).
Un'idea “davvero geniale”, fondata su un presupposto sbagliato: ritenere che gli altri siano idioti, tendenzialmente incapaci, adeguatamente comprabili.

I giornali non sono brand.
Lo ha dimostrato Liberation sull'ipotesi dei caffè a Parigi. Lo ha dimostrato il NYTimes.
Ma da noi ci si riempie la bocca di citazioni esterofile senza sapere nemmeno di che si parla.
I giornali sono la capacità di visione e di racconto del mondo che offrono e la qualità dell'apertura che riescono a raggiungere. Chiunque riduca questo pluralismo – interno ed esterno – riduce la diffusione e la grandezza di un giornale a fogliettino di cricca, di cerchia, di fanclub.

Diceva Gramsci che l’egemonia si conquista con la direzione intellettuale e morale, cioè con la capacità di elaborare soluzioni efficaci ai problemi della società e di avere le capacità politiche per farlo.
Il primo passaggio sarebbe proprio cambiare verso (per una volta usiamo tutti questa espressione non come uno slogan efficace ma come un'idea concreta) alle scelte del passato e riassumere una funzione pedagogica seria: assumersi le proprie responsabilità, non scaricare su altri, su un giornale, sullo Stato i propri debiti.
Il resto è noia, paravento, scaricabarile, dietrologia, propaganda spicciola e francamente un po' sciacalla sulle spalle di chi non ha più voce per difendersi, appunto un giornale.
Chiamare per nome le cose, dire chi è responsabile di cosa, chi ha fatto bene e chi male, assumersi le proprie responsabilità, assumersi i propri debiti (ciascuno il suo)... ecco, questo si sarebbe davvero un atto rivoluzionario.

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Carlo 08/01/2014 15:14

Brutta storia. Cattivi tempi. Ancora una volta ci siamo fregati con le nostre stesse mani. Il nuovo che avanza e ci riporta indietro.

Michele Venezia 07/31/2014 14:29

Con Renzi l'Unita' non ha diritto di cittadinanza.