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Michele Di Salvo
08 Apr

Come si sconfigge il populismo

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  populismo, Democrazia, repubblica, demagogia, politica, m5s, Beppe Grillo, comunicazione tossica

Come si sconfigge il populismo

Prima di vedere come si sconfigge il populismo, dobbiamo metterci d’accordo su cosa sia, o quanto meno su cosa definiamo come tale, perché è un bene usare le parole, ma non altrettanto abusarne o renderle sinonimo improbabile di qualcos’altro.
Secondo il vocabolario Treccani il populismo è un “...atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi.”

Populista, oggi, è piuttosto chi accetta come unica legittimazione per l’esercizio del potere politico quella derivante dal consenso popolare. Tale legittimazione è considerata unica e di per sé sufficiente a legittimare un superamento dei limiti di diritto posti, dalla Costituzione e dalle leggi, all'esercizio del potere politico stesso. Il termine non ha alcun legame con una particolare ideologia politica (destra o sinistra) e non implica un raggiro del popolo (come al contrario implica la demagogia), ma anzi presuppone un consenso effettivo del popolo stesso.

D’altro canto nella quotidiana comunicazione politica si usa definire “populisti” i politici dal linguaggio poco ortodosso e aggressivo che demonizzano le élite ed esaltano “il popolo” (più concetto che soggetto); la parola viene usata tra avversari per denigrarsi a vicenda e usando il termine quasi come un sinonimo di “demagogia”.

Queste definizioni, in un clima di comunicazione “tossica”, in un paese ed una società che per secoli sono stati governati attraverso la divisione, il conflitto, la separazione, tra persone, sessi, religioni, provenienze, etnie, regioni, ci aiutano a comprendere poco di chi sia oggi un populista e del perché è un bene per la collettività “sconfiggerlo”.
Ci aiuta maggiormente un episodio della rivoluzione francese, in cui un capo rivoluzionario vedendo la folla inferocita sfilare per le strade disse “ecco, questa è la mia gente, non mi resta che capire dove va per mettermici alla testa e guidarla”.

Chi fa politica ha l’obbligo morale di essere migliore del popolo che si candida a guidare.
A differenza del popolo che rappresenta, e che ha istanze e bisogni, chi fa politica ha l’obbligo morale non solo di interpretarli, ma di avere una visione chiara e una strategia per dare risposte a quelle istanze e a quei bisogni.
Ecco cosa deve avere in più un “rappresentante del popolo” rispetto al popolo stesso.
Ecco perché a differenza di chiunque altro, il suo lavoro, il suo ruolo, non è a vita, e nemmeno sino alla pensione, ma è soggetto al voto periodico di conferma o meno, e la sua vita, anche quella privata, sono necessariamente affare pubblico, e la sua vita è soggetta al controllo della opinione pubblica.
Queste due forme di controllo non sono opzionali, ma sono il fondamento del principio stesso della rappresentanza, che chi fa politica – eletto o meno – deve accettare come obbligo morale del ruolo sociale che ricopre.
Su questo si fonda una distinzione che spesso dimentichiamo: noi non siamo in democrazia, perché quella forma di stato e di governo andava bene (e nemmeno tanto) per le polis di poche migliaia di abitanti; noi siamo in una repubblica, che attraverso il sistema parlamentare, la libera stampa, la libertà di espressione, e i diritti civili di quelli che chiamiamo “cittadini di uno stato”, tutti uguali di fronte ala legge ed alle istituzioni, senza alcuna distinzione, adotta la rappresentanza e la delega come sistema di formazione delle leggi, delle regole comuni, e del governo.

Il consenso popolare è certamente alla base del sistema repubblicano, ma in questo sistema conta in maniera centrale e non solo funzionale il “modo di formazione” di quel consenso.
Qualsiasi cosa possa modificare quel consenso, deviarlo, artificialmente concorrere a comporlo, è di per sé un atto contro i fondamenti della repubblica.
Ecco perché il populismo, nella sua accezione storica, etimologica e del linguaggio comune, è in sé un male, e un pericolo per la nostra forma di democrazia, che chiamiamo repubblica.

Tutto sommato abbiamo dalla storia, dagli errori del passato, dalla nostra soggettiva esperienza comune, ogni strumento necessario utile a riconoscere un populista.
E lo riconosciamo proprio grazie a quel capo-popolo della rivoluzione francese, che seguiva la massa solo per mettersi alla sua guida.

Chi fa politica deve rischiare l’impopolarità, e fare il percorso esattamente opposto.
Deve ascoltare e conoscere le istanze del popolo che vuole guidare, cercare in sé se lui per primo è la risorsa per dare risposte concrete, costruire una visione “equilibrata” e offrire questa visione al popolo che vuole rappresentare.
In questo deve rischiare di non dire sempre quello che le persone vogliono sentirsi dire, e qualche volta, anteporsi alla folla inferocita non per guidarla ma per fermarla, e avere il coraggio di dirle dove e perché sta sbagliando.

La storia insegna che il popolo non sempre ha ragione, e non perché abbia torto, ma semplicemente perché c’è sempre qualcuno che per un successo personale sarà pronto ad alimentare le paure più semplici, gli istinti più facili, i sentimenti più bassi, cui tutti, come esseri umani, siamo soggetti.
L’antagonista quindi di chi vuole fare politica, in questa accezione, non sarà mai il popolo, ma questi opportunisti del momento, che emergono, salgono, e poi quando spariscono lasciano solo lacerazioni e problemi peggiori di quando sono arrivati.


Tutto sommato è facile sconfiggere un populista.
Basta fargli domande, basta fargli fare proposte concrete, basta che senza alcun aiuto o accordo lo si metta di fronte al dovere di governare, e non solo al piacere di parlare.
Basta dire con chiarezza che chi amministra lo si giudica sulla qualità delle cose che fa concretamente nella vita amministrativa, e ne si misura il programma sulla sua realizzazione, senza alibi né compromessi.
Ma per fare tutto questo la politica deve prima considerare imprescindibile che tutto sia trasparente, che il confronto e il controllo della stampa siano pieni e costanti, basandosi sui fatti prima che sulle opinioni, che la menzogna di un politico non sia più un “pezzo della libertà di stampa” ma venga annoverata tra i crimini normati dal codice penale.
Ecco, rendere obbligatorio il controllo popolare autentico, e sanzionare la menzogna di chi fa politica, è l’unico strumento che un popolo ha per liberarsi dai populisti.

Chi mente, chi non è disponibile a sottoporre al più rigido controllo pubblico i propri conti, le proprie finanze, la propria vita privata, chi non accetta il confronto pubblico, chi non accetta la mediazione parlamentare, non può essere un pezzo della repubblica, perché ne è in sé il cancro.

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Unonessunocentomila 04/09/2013 19:12

Desidero chiederLe se è libero per i prossimi 5 anni? Perchè dovremmo accontentarci di tutti gli altri? SeguirLa su Twitter non basta, è molto molto meno di quello che potremmo aspettarci da un impegno diretto nelle Istituzioni da parte di uomini come Lei.

Michele Di Salvo 04/09/2013 19:23

Sono impegnatissimo nei prossimi cinque anni.
A fare esattamente quello che faccio dagli scorsi ultimi 20 ;-)
per il resto la ringrazio del complimento, ma credo spetti ai partiti scegliere i candidati ed ai cittadini fare "massa critica" per spingere a che candidino un certo tipo di candidati e ne escludano o ridimensionino altri.