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Michele Di Salvo
13 Apr

Grillo e la libertà di stampa

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  Beppe Grillo, libertà, libertà di stampa, Democrazia, costituzione, articolo 21, ordine dei giornalisti, diffamazione, giornalismo, giornali

Grillo e la libertà di stampa



Su La Stampa del 6 aprile Cesare Martinetti ha pubblicato uno degli articoli più garbati e corretti su un tema molto pubblicizzato dal Movimento 5 Stelle, ma sul quale sono state pochissime le voci di replica, e quando ci sono state sono apparse come una sorta di difesa corporativa.

La mia posizione è un po’ più articolata di quella di un giornalista, di cui sottoscrivo tutto, anche i toni, ma oltre la quale vorrei aggiungere alcune considerazioni, da cittadino, da lettore e da editore.
Liberamente citando dall’articolo integrale

Consideriamo l’Ordine dei giornalisti come un insieme di regole che dà un inquadramento a questo nostro lavoro e lo rende responsabile di fronte ai nostri lettori e all’opinione pubblica in generale. Non certo come una barriera difensiva e corporativa per chi ne fa parte. Consideriamo giusto che vi siano delle norme da rispettare a garanzia di una professione che proprio il moltiplicarsi convulso di forme e di piattaforme creato in questi ultimi anni da Internet ha reso – a nostro giudizio – ancora più necessaria. Il giornalismo «cittadino» è una ricchezza che la blogosfera ha incentivato e che rende, semmai, più stimolante nell’incalzare il lavoro dei professionisti. Se non volete chiamarlo «Ordine» chiamatelo registro o qualcos’altro, toglietegli qualunque sospetto di privilegio o di esclusività, dategli regole che lo facciano aperto e non escludente. Ma noi crediamo che la difesa di un’idea precisa – quella che abbiamo detto – della professione del giornalista debba rimanere.

Le piazze dei «Vaffa» hanno mosso le viscere di un’opinione pubblica delusa dalla grande politica, da scandali veri e presunti, da una casta nella quale giornali e giornalisti – a torto e a ragione – sono stati messi sullo stesso piano di una classe politica ritenuta inconcludente e impunita. E va bene, è la «rivoluzione» italiana. Ma adesso che la campagna elettorale è finita e tocca fare politica, affrontare i problemi della gente nel contesto delle regole democratiche, dare un indirizzo a quell’energia vitale e anch’essa – certo – democratica, la prima cosa da fare è abolire l’Ordine dei giornalisti?

A noi viene il sospetto che questo fastidio nei confronti dei giornali, quest’ansia vendicativa, quest’ossessione punitiva (ieri uno dei parlamentari ha offerto per spregio due euro e mezzo l’ora di stipendio a un aspirante addetto stampa) nasca dal fatto che non si sa reggere il confronto con l’informazione. I giornalisti sono petulanti, ripetitivi, insistenti? E come dovrebbero essere? Fanno troppe domande? Non dovrebbero farle? Un leader politico, quale Grillo certamente è, non può sfuggire al confronto con i giornalisti, tanto più se invoca e predica la trasparenza in politica. Non doveva essere tutto in chiaro – anche grazie a una mitizzazione di Internet – nel movimento Cinque stelle? E perché le riunioni dei parlamentari sono invece blindate? Perché questo ridicolo mistero intorno a luoghi e orari delle riunioni?

A questi temi ne aggiungo almeno un paio.
L’informazione è un diritto tutelato a livello costituzionale, perché concorre al raggiungimento di tutti gli obiettivi sanciti nei principi fondamentali.
La sua tutela nasce dal fatto che non esiste abbattimento delle differenze sociali, culturali, religiose, sessuali senza una libera informazione; non esiste società democratica e rappresentanza repubblicana senza un’informazione che concorra a creare un consenso libero e non manipolato.
Non esiste separazione dei poteri, né sovranità popolare senza la libertà di informare.
Ma al di là di questi aspetti “diretti”, la libertà di informazione non è solo “tutela costituzionale del diritto di informare” ma specularmente è diritto del cittadino ad essere informato.
E questo proprio per il raggiungimento di quei principi fondamentali.
Continua Martinetti: c’è qualcosa di non naturale nell’impacciato rapporto tra questi grillini e l’informazione, qualcosa di malsano che genera i peggiori sospetti. Ci sono buoni giornalisti e cattivi giornalisti, buoni politici e cattivi politici. Una forza politica seria che vuole rifondare un Paese serio dovrebbe preoccuparsi di avere un’informazione sana. Quella che trova nelle leggi tutela e non ostacoli, regole chiare sul mercato pubblicitario e sostegno a tutto ciò che fa cultura e non finanziamenti impropri. Non sarebbe certo la prima volta che il potere politico utilizza proposte di legge per intimidire l’informazione. In questi ultimi anni i tentativi sono stati ripetuti e persino dichiarati. Aver trasformato i propri appuntamenti in una caccia al tesoro, i mascheramenti, le fughe del leader (dopo l’incontro con Napolitano, per esempio) sono una caricatura della politica. I giornalisti che entrano nel gioco e si esibiscono in acrobazie alla caccia di improbabili retroscena sono una caricatura del mestiere e al tempo stesso un regalo a Grillo. Bisogna lavorare col meglio che offre la professione: interrogare, indagare, far domande, capire, ottenere risposte.

Il punto è però più complesso e riguarda la qualità dell’informazione e il dovere di come informare.
Quello che un ordine professionale fa è distinguere chi esprime liberamente la propria opinione, ovvero tutti noi che esercitiamo questo diritto tutti i giorni liberamente (e questo grazie a chi per darci questo diritto sacrosanto e fondamentale è morto, e non solo recentemente ma molte volte nei secoli), da chi invece svolge il mestiere di giornalista e lo fa in maniera professionale.
Faccio una piccola simmetria: se vedo una persona che si è fatta male per strada, io le do una mano, ma non sono un medico, e nondimeno nessuno pretenderà da me una professionalità che non ho e che invece è doveroso chiedere ad esempio al medico del pronto soccorso in cui porterò la medesima persona che ho incontrato per strada.
Se la simmetria regge, allora chi esercita la professione di giornalista è doveroso che si attenga a regole professionali più stringenti, che vi siano organi di garanzia e di deferimento, che sia soggetto a tutele diverse, che sia sottoposto a sanzioni più severe.
E questo proprio per la delicata e straordinariamente importante funzione che questa professione ha per lo sviluppo della collettività e per il perseguimento degli obiettivi e dei principi costituzionali fondamentali.

Dire che un giornale è fazioso è facile. Dire che quel giornalista rispetto a un altro ha posizioni più vicine alle nostre è quasi ovvio e tendenzialmente banale. Certo poi ciascuno di noi considererà quello che la pensa come noi “bravo” e chi la pensa diversamente da noi “pessimo”.
E nondimeno vi è una questione di fondo: elemento centrale dell’informazione è la notizia e non l’opinione.
Una libera stampa non è quella fatta di giornali che la pensano come noi, ma quella in cui abbiamo la tendenziale certezza che chiunque scriva liberamente ciò che pensa. Solo se Il Fatto Quotidiano può essere libero di scrivere quello che ritiene, potremo avere la certezza che lo facciano anche Repubblica, Il Messaggero, il Corriere della Sera, il Sole24Ore, il Manifesto, l’Unità. Se, invece, risolvessimo tutto auspicando che “gli altri” chiudano, diventerebbe molto difficile stabilire se chi rimane è effettivamente libero.
Più in generale io sarò libero di esprimere la mia idea solo se chi non la pensa come me è altrettanto libero di farlo, e viceversa.
E questo è profondamente antitetico a chiunque voglia governare da solo, ambisca al 100% dei consensi, e inviti a non leggere i giornali, o tutti tranne uno.
Ricercare l’ipocrisia in questo è facile, come è evidente che non si spiega perché se il Corriere della Sera è così “legato ai poteri forti che ci odiano” poi ospiti le lettere di Grillo e Casaleggio. Ed è quantomeno sui generis che si accusino i giornali di non fare informazione e poi non si rilascino interviste che concorrano a una più completa informazione.
Ma anche questo è un discorso differente.
Potremmo dire che ci sono giornali meno obiettivi di altri, ma qual è il punto di vista umano oggettivo e obiettivo? Non credo per definizione lo sia quello di chi la pensa come noi.
Ma nondimeno cosa c’entra tutto questo con l’ordine dei giornalisti?
Beh c’entra, se usciamo dal populismo e notiamo “le differenze”.
Se un giornalista sbaglia o è fazioso, l’ordine può sanzionarlo, e comunque controllarlo, ed esiste un codice etico e comportamentale cui noi per primi, come lettori, possiamo richiamare quel professionista che non è professionale. Tutti, chi ci piace e chi no.
Inoltre chi pubblica notizie incomplete o faziose in qualità di professionista, riceve anche civilmente e penalmente sanzioni più gravi rispetto a tutti noi cittadini e questo proprio per la peculiarità del suo lavoro.

Chi non vuole un ordine per il mondo dell’informazione, sostanzialmente, è chi vuole essere libero non di informare, ma di essere fazioso, di non essere professionale, e di non rispondere o rispondere meno gravemente, di quanto afferma in maniera falsa o tendenziosa.
La stampa non ci piace? Diciamolo. Quel giornalista è fazioso e scrive cose non vere? Benissimo, oltre ai tribunali esiste un ordine cui ricorrere.
Abolirlo cancellerà forse la notizia falsa? No.
Semmai renderà più facile che trionfi l’opinione sui fatti, e che ciascuno veda i giornali non come uno spazio per informare ed essere informati, bensì come un foglio privato in cui esprimere semplicemente la propria opinione, ed essere libero di selezionare e omettere.

E allora mi chiedo, qual è davvero il beneficio di eliminare l’ordine?
Se Grillo fosse stato un giornalista, gran parte dei suoi articoli sarebbero stati deferiti all’ordine, Perché a un giornalista non è consentito falsificare lettere del papa, del presidente cinese o scrivere articoli privi di riscontro e non documentati.
E gli oltre ottanta processi per diffamazione a suo carico sarebbero stati decisamente più pesanti e rigorosi se Grillo fosse un “professionista dell’informazione”.
Se parlassimo di qualcun altro, verrebbe subito in mente l’immagine di una legge ad personam o peggio di un conflitto di interessi.
In realtà qui siamo semplicemente di fronte a chi declina la libertà di espressione come semplice diritto senza alcun limite e responsabilità, senza alcun rispetto per gli altri, e se questo soggetto è anche un leader politico, nell’invito a non leggere i giornali, nell’essere felice se i giornali chiudono, nel censurare la stampa e nel non rispondere al controllo dell’opinione pubblica, c’è solo un segno tangibile e non confutabile del disprezzo per la democrazia.

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