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Michele Di Salvo
26 Sep

Grillo, la Telecom e la rete che non dimentica

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  Telecom, Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio, demagogia, populismo, web, digitale, sviluppo

“La rete non dimentica”. È un mantra che ha ripetuto spesso Gianroberto Casaleggio, strenuo sostenitore dell’infallibilità del web contro la stampa di regime. Dimenticando facilmente però che il web è stracolmo di informazioni, e che le persone spesso non hanno memoria, nemmeno di cercare e ricordare.
Cercando di essere meno digitali e più analogici, è però interessante leggere l’ultimo commento sprezzante e perentorio del blog di Grillo che a proposito della questione Telecom-Telefònica arriva a chiedere al governo di usare i fondi della TAV per intervenire, bloccare la trattativa (tra privati) e annullare la cessione (come?).
scriveva ieri testualmente: «L’Italia perde un altro pezzo, Telecom Italia. Le telecomunicazioni diventano spagnole. Un disastro annunciato da un saccheggio continuato, pianificato e portato a termine con cinismo di quella che era tra le più potenti, innovative e floride società italiane. [...] Il danno che deriva all’Italia dalla perdita di Telecom Italia è immenso. Il governo deve intervenire per bloccare la vendita a Telefonica con l’acquisto della sua quota, è sufficiente dirottare parte dei miliardi di euro destinati alla Tav in Val di Susa che neppure il governo francese vuole più».
Peccato che a cercare bene, meno di tre anni fa lo stesso blog, perentoriamente, chiedeva con forza: «Telecom deve essere venduta al più presto a Telefonica o a qualche grande gruppo internazionale prima che gli attuali azionisti ne spolpino anche le ossa. Telecom è morta, ma si possono espiantare i suoi organi e salvare l’occupazione ancora rimasta. [...] Cari Bernabè e Galateri, vendete quello che è rimasto a Telefonica, restituite la dorsale allo Stato e dopo andate a casa, insieme al consiglio di amministrazione, prima del fallimento».

Un osservatore poco attento e con beneficio del dubbio potrebbe dire “beh, si può sempre cambiare idea…”. Ma la sostanza è ben diversa. A rileggere un po’ tutte le posizioni di Grillo il sistema sembra abbastanza calibrato e ponderato: seguire gli umori della gente, vedere da che parte tira il vento, cavalcare i malumori e il sentire popolare, ed essere perentori nel seguire i desiderata della massa. Senza alcuna competenza e criticità.
È la storiella del famoso rivoluzionario francese che vedendo dove andava la massa inferocita disse al suo vicino “vedi, quella è la mia gente, adesso devo solo capire dove va, fare più in fretta e mettermici a capo”.
Qualsiasi sia la posizione, conta poco. La storia è presto fatta. Basta scrivere un programma elettorale in cui dico “abolizione di equitalia” e tutti mi lodano – senza dire che fine fa nel dettaglio il tema dell’esazione dei tributi. Basta dire (tre anni fa) che era sacrosanto il rispetto dell’articolo 67 della costituzione, salvo poi oggi parlare di abominio. E così sempre, a seconda dell’opportunismo di parte e del sentire della pancia popolare del momento.

La rete ha memoria, dice Grillo, e ha ragione.
E tuttavia in rete navigano le persone, e spesso le persone leggono l’oggi senza necessariamente andare a confrontare ciò che si è detto ieri.
È molto facile parlare in rete dicendo che “altri mentono” e che sei vittima di “complotti dei poteri forti che ordiscono la macchina del fango”.
E tuttavia un Paese ha bisogno di una classe dirigente che credibilmente sappia dare una visione di lungo termine, perché solo così si esce davvero e concretamente dalle crisi e si offrono soluzioni stabili.
Mi chiedo come attaccherebbe ferocemente Grillo un leader qualunque che avesse millantato lettere mai ricevute (e mai scritte) dal Papa o dal presidente cinese, o che avesse fatto tre condoni fiscali e due immobiliari e poi si fosse scagliato contro il fisco promuovendo l’evasione fiscale dello Stato oppressore.
Ma si sa. Meglio guardare agli altri e non parlare mai di sé. Deve essere la nuova regola della politica digitale.

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Qualcosa di serio sulla rilevanza di Telecom

“Che il governo riferisca in Parlamento”. Sembra un mantra comune a tutto l’emiciclo politico, senza distinzione di colore, maggioranza e gruppo. E così non parliamo della sostanza delle cose e ricerchiamo un improbabile colpevole o capro espiatorio. Di cosa poi? Un’azienda privata che controlla una delle cinque aziende più grandi del nostro paese e con una delle maggiori capitalizzazioni di borsa è passata di mano, per pochi milioni di euro, in pochi giorni. Se fosse davvero solo questo il problema, bastava semplicemente accorgersene prima. I segnali c’erano tutti, così come i problemi cronici di un bilancio assurdo e un indebitamento mostruoso. Segnali concreti che però sono stati ignorati nell’impossibilità – comunque la si veda – che Telecom potesse davvero fallire. Eppure lo Stato un passo sostanziale lo aveva compiuto, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, entrando nella rete, nella infrastruttura. Ma a monte di questa vicenda, che analisti di tutte le specializzazioni stanno analizzando e spolpando nelle viscere dei numeri – e ognuno evidenzia i suoi – ci son almeno due temi di fondo, che ci riguardano tutti sostanzialmente. Il primo nodo è comprendere cosa sia il comparto telecomunicazioni per un paese. L’infrastruttura telefonica non è la “nostra rete fissa del telefono di casa”, ma è quell’insieme di cavi e ripetitori che fanno sì che ogni tipo di comunicazione, dai fax alla connessione internet metta insieme un Paese. Da questa infrastruttura dipende la velocità con cui viaggiano dati, informazioni, ma anche mail e documenti, e input a qualsiasi stazione periferica. Esistono solo altre due infrastrutture parimenti rilevanti per un paese: la rete di distribuzione elettrica e il sistema della rete dei trasporti. Solo che mentre queste altre due infrastrutture “si vedono”, quella delle telecomunicazioni la percepiamo meno. Esistono tuttavia delle formule economiche ben precise che fungono da indicatore per lo sviluppo di un paese: nel campo industriale la produzione di acciaio e acido solforico (che ne costituiscono la base dorsale); nel campo dei trasporti parliamo di chilometri di strada o ferrovia, ma anche di tempi di percorrenza delle merci e delle persone; nel campo dell’energia parliamo semplicemente di consumo e produzione di MegaWatt. In tutti questi indici si deduce facilmente che al crescere dei consumi, della produzione e della velocità, un sistema paese cresce (ed è vero anche il contrario). Nelle telecomunicazioni i riferimenti vanno dalla velocità di connessione,a chilometri di fibra ottica, a numero di utenti connessi, alla qualità dei segnali gsm e wifi, e soprattutto alla quota di territorio e popolazione raggiunta: come per le strade e la rete elettrica. Di fatto, ogni milione di persone raggiunte dalla rete sviluppa il 2% del pil. Basta a definire quanto rilevante sia? Un paese come gli Stati Uniti per uscire dalla crisi ha investito in rete e infrastruttura oltre 100miliardi di dollari in 12 anni – un paese in cui è bene ricordare già l’80% delle città è a completa copertura wifi e in cui l’hdsl è la base nelle case e negli uffici. Da noi il digital-divide, ovvero il divario tra zone e fasce di popolazione nell’uso della rete, è un tema lasciato a tavoli di concertazione regionali, sostanzialmente senza fondi, e senza un piano minimo di sviluppo nazionale. A differenza di ciò che è stato fatto in Spagna, Francia, Inghilterra per non parlare della Germania. Anzi, secondo alcuni recenti studi, c’è una diretta corrispondenza matematica tra pil e rete e ricerca: ogni 0,25% di pil investito in ricerca genera una crescita del 2% nei tre anni successivi; ed è esattamente la stessa proporzione che c’è investendo nella rete di telecomunicazioni, che poi è quella infrastruttura che mette in connessione le persone, le aziende e le idee e le fa circolare. Continuando con i parallelismi, in nessuno dei paesi del G20 la rete, intesa come infrastruttura, è stata di fatto ceduta all’estero, e nessuno si è mai sognato, nei pur diffusi processi di privatizzazione dell’ex monopolista, che l’azienda telefonica detentrice della rete venisse venduta all’estero, o che fosse anche solo ipotizzabile che ciò fosse deciso “dal mercato”. Se a qualcuno venisse in mente di porsi la domanda misteriosa sul come mai proprio l’Italia fa così fatica ad agganciare la ripresa, basta ricordare un dettaglio: nel nostro paese non esiste, da oggi, nemmeno un singolo operatore telefonico nazionale: né di traffico web, né di rete fissa, né di rete mobile. E questo per il semplice fatto che al di là delle parole, nessuno ha mai considerato le telecomunicazioni un’asset strategico né un’infrastruttura nazionale, né si è mai compreso davvero che è da qui che passa lo sviluppo, la crescita e il lavoro in un paese dell’era globale.

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