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Michele Di Salvo
28 Apr

Il peso della parole

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  Beppe Grillo, violenza, comunicazione tossica, comunicazione politica, sparatoria, anni di piombo

Il peso della parole

Qualche volta dovremmo rifletter sul peso delle parole, assumerci la responsabilità di quello che diciamo e di come lo diciamo.
Non rendendocene conto, le parole hanno oltre che un peso specifico, la straordinaria capacità di “creare” la realtà, non semplicemente descriverla.
Stamattina una persona ha sparato a tre persone a Roma, nei pressi di Palazzo Chigi. Sono stati feriti una donna e due carabinieri in servizio.
La notizia, tragica, finisce qui. Ed è questa. E quello che dovremmo chiedere e descrivere – giornalisti, commentatori, politici, blogger – al massimo è come stanno, e cercare di sapere di più solo come e perché quel cittadino italiano aveva un’arma, carica e funzionante e se ne andava in giro armato.
E invece, con un senso di profonda irresponsabilità tutta nostrana, nella faciloneria con cui pensiamo sempre che si possa dire quello che ci passa per la mente, senza alcuna riflessione su “che significa e cosa crea” quello che stiamo per dire, si affollano i commenti più incredibili.
Si va dalla caccia alla colpa, al chi, alla ricerca di radici socio-economiche che spiegherebbero… per finire alla farsa della politicizzazione di tutto, del metterci il cappello alle vittime e ai carnefici, declinando tesi e teorie finanche indeclinabili con un minimo di decenza.

La patologia della politicizzazione a tutti i costi esce dall’arena parlamentare, e diventa strumento della comunicazione quotidiana, che tocca ormai irrimediabilmente tutto e tutti.
Accusiamo questa o quella parte di aver “seminato l’odio” verso l’altra e quindi qualsiasi gesto è a quello riconducibile. Lo abbiamo fatto con la statuetta lanciata a Berlusconi, lo abbiamo fatto in occasione della sparatoria negli uffici della provincia di Perugia, lo abbiamo fatto anche oggi.
La colpa sarebbe di Grillo, e del clima d’odio che avrebbe seminato.
Bene, ma il clima d’odio, se a qualcuno fosse sfuggito, è ciò che caratterizza da sempre il modo con cui chi fa politica gestisce il potere nel nostro paese.
Lo facevano piemontesi e meridionalisti ai tempi dell’unità, lo facevano i partiti di massa tra la prima e la seconda guerra mondiale, lo fece il fascismo, finendo con il cerare come nemico il Negus e le nazioni plutocratiche, addirittura finendo con l’importare le leggi razziali naziste, e poi lo scontro tra DC e PCI nel dopoguerra, che davvero poco aveva di pacifico, sino agli anni di piombo, agli omicidi in strada e alle vere e proprie stragi, in cui si è persa la retorica più acrobatica del giustificare l’ingiustificabile da parte dei migliori intellettuali, da e di ogni parte.
Non contenti, abbiamo consentito che venissimo governati dalla dialettica leghista, per cui le colpe dei nostri mali erano dei meridionali, degli albanesi, dei cinesi, dell’europa, dei rom, e chiunque diverso da non si sa bene chi andava bene per ogni occasione.
Come tifosi ultras di squadre di calcio in un perenne campionato la dialettica dell’odio ormai ci appartiene al punto che non sappiamo non solo farne a meno, ma non conosciamo una sintassi differente per affrontare le questioni e declinare la realtà.
Immancabile, la chiosa sul richiamo al senso di responsabilità, che però riguarda sempre quello che dovrebbero fare gli altri e mai guardando in casa nostra.
Perché, come nel calcio, l’arbitro venduto, il rigore non dato, il fallo non fischiato, sono sempre cose che riguardano un vantaggio per l’altra squadra, mai la nostra.

Certo, Grillo è forse quello che di recente ha avuto i toni peggiori e più violenti. Si va dal “arrendetevi, uscite con le mai in alto”, siete morti che camminano, vi seppelliremo vivi, che ha descritto con toni d’odio e violenti i giornalisti come tutti pennivendoli al servizio dei poteri forti, il nemico identificato in una non meglio identificata casta, è colui che ha diviso i cittadini, per cui se sei con lui sei a 5 stelle mentre gli altri valgono meno. Certo, lui è quello dello Tsunami che travolgerà tutto, del vaffanculo generalizzato, del confronto negato, del non dialogo in assoluto.
Lui è quello che dopo anni di messaggi che annullavano umanità e diritto di esistenza dei tuoi avversari, si è trovato a tuonare contro la rielezione di Napolitano al Quirinale e chiamando il proprio popolo alla Marcia su Roma a cinque stelle e alla rivoluzione di popolo contro il golpe si è accorto che la situazione gli è sfuggita di mano. Quel video della caccia ai parlamentari e dell'accerchiamento a Franceschini davanti a una pizzeria, forse qualcosina deve aver fatto scattare nella testa di Grillo. "E se questi mi hanno preso "troppo" sul serio?". I questi sarebbero i suoi sostenitori. Si è trovato a fare il pompiere. Ha convocato una conferenza stampa, che dopo un paio d'ore di monologo e show si è trasformata perfino in una cosa vera con l'accettare che gli odiati pennivendoli facessero perfino delle domande. Ha parlato non di golpe, ma di golpettino furbo.


La verità però è che siamo su una polveriera, e ci dovremmo preoccupare di disinnescarla.
Anche il continuare a cercare il “chi ha creato questa situazione” è diventata una sorta di moderna caccia alle streghe per impalare qualcuno sulla pubblica piazza, e non già una sana analisi per cambiare le cose.
La verità è che è vero, Grillo deve calare i toni, e lo deve fare perché deve comprendere che avere seguito è anche una responsabilità e non solo una carezza al proprio ego narcisista, e lo deve fare perché sarà moralmente responsabile del primo che, sentendo le sue parole, le confonderà per un invito implicito ad agire.
La verità però è che i toni li devono calare anche gli altri, perché saranno egualmente responsabili di chi, vedendo in Grillo un pericolo, un nemico da abbattere, prenderanno la prima pietra e la scaglieranno al primo “grillino” per strada.

L’aspetto peggiore di quanto è successo oggi è la polemica incredibile tra centro destra e Grillo, ma ancor più che nei prossimi giorni si parlerà solo di questo, si politicizzerà questo episodio gravissimo di cronaca, e finanche le “ragioni” alla base di questo gesto gravissimo diventeranno la caccia al colpevole, e dopo i “suicidi economici” verrà coniato “l’omicidio economico”, come se tutto questo fosse ancora un’ennesima corsa al commentatore più figo del momento.
Sarebbe un vero atto di responsabilità, e di solidarietà con le vittime, smetterla con le parole, e lasciare un po’ di spazio al silenzio, senza il bisogno spasmodico di dire al propria sempre e su tutto e di sfruttare anche questa occasione per dire la propria ed emergere.

Tutti, i giornalisti in primis, e chi fa politica, dovrebbero ricordarsi che creare piromani è la cosa più facile di questo mondo, lanciare slogan violenti e qualunquisti è il modo più banale per raccogliere consensi, ma trasformare i piromani in pompieri è qualcosa che ancora non è riuscito a nessuno nella storia, e di quegli incendi saranno loro i responsabili.
E ce ne dovremmo ricordare anche di più in tempi in cui gli strumenti della comunicazione sono rapidissimi, e senza controllo, e in cui le parole, la diffusione dei messaggi, corre alla velocità di un tweet.

[il tweet di Beppe Grillo e la risposta di un esponente della Lega Nord]

[il tweet di Beppe Grillo e la risposta di un esponente della Lega Nord]

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