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Michele Di Salvo
09 Jun

La guerra mondiale per i nostri dati e il datagate

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  Privacy, cyber-war, Usa, Cina, India, web, socialnetwork, datagate

La notizia dei controlli telefonici di massa negli Stati Uniti arriva pochi giorni dopo lo scandalo delle intercettazioni sui giornalisti dell'AP, e sembra attraverso un filo rosso nemmeno troppo sottile, tracciare uno scenario unico.
l'amministrazione Obama, che aveva promesso di ridimensionare la violazione della privacy sistematica consentita dal Patriot Act voluto da Bush all'indomani dell'11 settembre, sembra invece impegnata non solo a continuare sulla stessa strada del suo predecessore, ma emergerebbe anche un'attivita' investigativa che, volta a scoprire le fonti di fughe di notizie riservate, sconfinerebbe nell'intercettazione "abusiva" della stampa, violando cosi' principi costituzionali solidissimi nella tradizione e nel diritto americano.
In un paese dal perenne dibattito sul confine tra liberta' personali e interesse pubblico, il principio concreto della liberta' di stampa e' qualcosa di indiscutibile e inviolabile, da nessuna amministrazione.
Tuttavia le circostanze in cui emerge questo scenario sono ben piu' complesse ed articolate, perche' negli Stati Uniti hanno sede legale le maggiori societa' del web occidentale, che gestiscono e conservano dati su circa tre miliardi di persone in tutto il mondo.
qualsiasi limite o normativa, non solo di un singolo paese europeo ma anche dell'intera unione, poco possono incidere su cosa faranno e come gestiranno "davvero" i dati aziende come Google, Verizon, Amazon, Facebook, Twitter, Linkedin, solo per citare i nomi piu' conosciuti al pubblico della rete.
Addirittura val la pena ricordare che qualche anno fa Google,Verizon e Amazon chiesero una "riserva di banda" sulla dorsale atlantica, ovvero volevano che il 50% della capacita' di traffico tra usa e europa fosse loro riservata, con un vantaggio immenso per i propri clienti, e per la qualita' della navigazione. La richiesta non e' stata accolta dall'Unione Europea, ma cio' non ha impedito ai tre di realizzare un consorzio per una dorsale propria, quella che appunto passa per l'Islanda.
Nondimeno la legislazione sulla privacy tiene conto di dati "individuali" (nome, indirizzo, telefono) che contano poco o nulla per il mercato pubblicitario in rete, che invece richiede macrocategorie sociali, locali, ambientali, culturali, e finanche di gusti e orientamenti soggettivi.
Per la tutela di queste informazioni nulla e' stato fatto in Europa, e questo proprio per il ritardo con cui le nostre istituzioni comprendono un sistema sempre piu' integrato per raccogliere e gestire queste informazioni, attraverso agglomerati di gestori di posta elettronica, social network e motori di ricerca.
Quando anche si intervenisse in materia, resta discutibile l'efficacia dell'applicazione effettiva a societa' americane, anche perché auto tutelate dal contratto di policy che tutti noi utenti sottoscriviamo per registrarci ad un servizio apparentemente gratuito, come un social network o una casella mail o usando un motore di ricerca.
Lo stesso discorso non vale per la legislazione americana. E qualsiasi intervento sulla privacy di quel governo, incide e determina ovviamente anche cio' che cambia nel nostro profilo facebook o sul come vengono gestiti i dati di navigazione di una nostra ricerca su google, o i dati di localizzazione quando usiamo google maps, foursquare o il nuovo googlenow.
l'NSA ha da sempre controllato i meta-dati telefonici dei cittadini americani o residenti, ovvero non il contenuto delle telefonate, ma i tabulati di numeri chiamati e durata, in uno stretto sistema di controlli e verifiche, allo scopo di tracciare la "rete sociale" delle persone, a scopo di prevenzione antiterroristica. Possiamo condividere o meno, ma li' e' legge, ed e' un' attivita' sottoposta a stretto controlli federali incrociati.
Quello che dovrebbe far riflettere e' lo scenario complessivo in cui emerge il casus belli di queste settimane.
Se infatti una fonte di Verizon non avesse rivelato che i telefoni della Associated Press erano stati monitorati - non intercettati - e' probabile che non avrebbe nemmeno destato troppa attenzione da parte dei media la notizia del monitoraggio richiesto sulle utenze di normali cittadini, in applicazione della normativa antiterrorismo e sotto verifica del Congresso.
Appare anche piu' sospetto che l'unico atto esecutivo reso noto (pubblicato dal Guardian) sia proprio di una richiesta di tabulati verso Verizon.
Quello che e' certo invece e' che nessuno piu' di Obama e' cosi' lontano, nella politica americana, dalle posizioni neo-con sull'onnipotenza di internet come strumento di politica estera, e distante anche dalle posizioni piu' aperte manifestate oltre un anno fa dall'allora Segretario di Stato Hilary Clinton.
Ed anzi, proprio Obama, ha manifestato concrete preoccupazioni in tema di tutela della privacy, e della gestione di dati sensibili di importanza rilevante da parte di societa' private, proponendo non pochi impulsi legislativi in tal senso ed interventi su una piu' ampia riflessione in materia in occasione di commenti su sentenze della Corte Suprema.
I grandi gruppi del web, cresciuti vertiginosamente nell'ultimo decennio, finanziati dalla politica sia per dare impulso all'economia generale, sia come strumentoo di intelligenze e di vera e propria guerra digitale, e finanziatori a loro volta bipartisan di uasi tutti i senatori e congressisti, non hanno avuto limiti veri alla raccolta ed alla gestione delle informazioni in loro possesso.
Di piu', sino ad oggi si sono concentrati nella realizzazione di applicazioni sempre piu' penetranti basate sui dati personali (da googlenow alla geolocalizzazione) che nessuno ha mai regolamentato sino in fondo. E sempre piu' sembrano proprio questi dati e la loro interazione e gestione la vera miniera d'oro del web 3.0.
Per questo motivo oggi non possono vedere di buon occhio una regolamentazione dell'uso di queste informazioni, ad esempio che ne impedisca l'uso commerciale o di mercato.
Che sia una coincidenza, una deliberata pressione politica, o una casualita' o un rinnovato diffuso interesse in materia di privacy, resta sul tavolo il nodo centrale di una privacy sempre piu' liquida - per usare un termine caro alla rete - che rende facile alle grandi corporation del web sfuggire a maglie legislative troppo farraginose per la realta' della rete attuale.
Di certo da domani ogni intervento restrittivo verso i giganti del web parrebbe piu' una vendetta del capo della Casa Bianca che una misura doverosa e nell'interesse pubblico.
Di certo quello cui assistiamo e' uno scontro forse senza precedenti tra il piu' grande potere esecutivo del mondo occidentale, e le piu' grandi e importanti corporation del pianeta.

La guerra mondiale per i nostri dati e il datagate

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