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Michele Di Salvo
23 Oct

privacy 3.0

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  privacy, nsa, datagate, facebook, google, web, socialnetwork, giovani

privacy 3.0

Sull’onda della notizia secondo cui l’NSA avrebbe intercettato oltre 70milioni di “dati telefonici” francesi, il Garante per la Privacy italiano ha formalmente “chiesto al Governo italiano di informarsi e informare” se tale pratica riguardi anche il nostro Paese e i nostri cittadini.
Alla luce di quello che sappiamo, e della conoscenza diffusa di come funziona il web, verrebbe da chiedersi “ma di che stanno parlando?”
La rete è qualcosa che esula dai confini nazionali.
I server e le società che gestiscono i servizi rispondono alle leggi territoriali di dove hanno sede.
Facebook, come tutti i social network, possono discrezionalmente fornire ai singoli Stati, nelle forme modi e tempi che ritengono, le informazioni richieste, e su tutto questo le autorità nazionali possono solo scegliere “la migliore forma di collaborazione”.
E se prima la minaccia era “non rendiamo accessibile un sito in un determinato Paese”, oggi tutto questo è se non impossibile, certamente meno possibile, e a dire il vero non certo auspicabile.
Che succederebbe in Italia se il Governo decidesse di “non rendere accessibile Facebook” perché questi si è rifiutato di modificare una norma sulla privacy, piuttosto che di dare una certa informazione su un messaggio o su un utente? O peggio se lo decidesse verso Google, Twitter, GMail…
Di fatto le nostre Autority non hanno alcun potere, né di limitazione, né sulla fruizione, né sulla gestione delle informazioni, ed anche quello che riguarda l’adeguamento alle normative nazionali è tanto blando quanto interpretabile, quanto privo di forme di reale coercizione ed obbligo.
Stesso dicasi per le intercettazioni. Volendo essere manichei, la domanda è “se l’NSA non dice al Governo Italiano che intercetta, che fai? Dichiari guerra agli Stati Uniti?”
Già il 21 giugno a proposito delle istruttorie europee verso Google, questi rispose con un secco comunicato “La nostra normativa sulla privacy rispetta la legge europea e ci permette di creare servizi più semplici e più efficaci. Siamo stati costantemente in contatto con le diverse autorità coinvolte nel corso di questa vicenda e continueremo a esserlo in futuro”.
L’NSA intercetta tutti, al di là della vera estensione della pratica, vi è la capacità teorica e tecnica di farlo.
I nostri cloud, le copie di backup di smartphone e profili social, ma anche la nostra posta elettronica, ha sede residente in Paesi o società che hanno sede negli Stati Uniti, e sono vincolati a quelle leggi e sottoposti a quelle autorità.
L’investimento strategico degli Stati Uniti nella infrastruttura della rete è così vasto e importante che di fatto quasi tutto l’occidente, da sempre, gli ha consegnato le chiavi dei dati e delle informazioni presenti in rete.

Il vero tema tuttavia è quanto grande sia il mercato dei nostri dati e delle nostre informazioni

È un mondo senza privacy quello che si affaccia al web 3.0.
Ne avevo già scritto il 30 maggio e credo che il ragionamento possa continuare sulla base delle evoluzioni note e meno note.
Se prima era un ragionamento empirico, basato sulla constatazione che ogni dato e informazione da noi immesso in rete era di per sé pubblico, oggi, con la nuova semplificazione dei regolamenti d’uso dei “social gratuiti” è un’affermazione “in fatto ed in diritto”.
In pratica quando un utente sceglie di iscriversi ad un social network gratuito, e quindi di beneficiare in qualche modo degli strumenti e servizi offerti, accetta anche che in qualsiasi momento le “policy” possano variare. È il diritto americano, e dato che praticamente tutte le società di social network hanno sede lì, o si accettano queste regole o si può tranquillamente scegliere di cancellarsi. Fatto sempre più complesso, che spesso comporta la percezione di una perdita o di un danno superiore alla “libera scelta” di perdere qualche facoltà.
E questo con la buona pace di tutte le nostre costosissime – e su questo fronte inutili – Autority nazionali, che nulla possono imporre ad un soggetto al di fuori della loro giurisdizione, a meno di chiedere alle proprie popolazioni di rinunciare in blocco e complessivamente ai social network.

Il primo passo definitivo verso la totale pubblicità dei nostri dati e delle informazioni e interazioni che mettiamo in rete viene da Facebook che aveva una opzione che permetteva di rendere il nostro profilo invisibile alle ricerche. L’opzione si chiamava “Who can look up your Timeline by name?”

Ed era vista da molti come un mantello che rendeva invisibile il proprio profilo a chi noi non desideravamo (ad esempio a coloro che non rientravano tra i nostri amici e contatti). La rimozione è iniziata gradualmente circa un anno fa; i primi ad essere privati sono stati gli utenti che non la utilizzavano. Adesso toccherà anche a tutti, anche a quelli che la utilizzano.
Perché questa modifica? La risposta ufficiale è “conflittualità” tra le diverse opzioni di Facebook. Per esempio l'impostazione non impediva alle persone di accedere alla Timeline di qualcuno quando queste comparivano nel news feed del social network o sulla pagina di un amico in comune. E ancora alcuni hanno riferito di trovarsi spiazzati quando cercavano qualcuno che sapevano essere sul social network ma non riuscivano a trovarlo, magari neanche se appartenente allo stesso gruppo. E infine poi c'è Graph Serch per arrivare ai profili delle persone.
In questo modo, dopo che l'impostazione sarà stata eliminata del tutto, se una ricerca per nome non ci restituirà nessun risultato vorrà dire che la persona non è presente sul social network o che lo è sotto altro nome.
Ma la vera novità è quella di Google, il quale ha iniziato a intraprendere la stessa strada di Facebook. Google ha intenzione di vendere i nostri commenti agli inserzionisti pubblicitari, in modo di aiutare quest’ultimi a vendere meglio i loro prodotti.

In questi giorni è ben visibile nella nuova pagina del motore di ricerca un banner che avverte (e invita a leggere) “i nuovi termini di servizio sulla visualizzazione di informazioni degli utenti in annunci e contenuti”. In sintesi viene chiesto di accettare i nuovi termini di utilizzo che permetteranno a BigG di utilizzare il nostro nome, foto e commenti nelle pubblicità su internet. Queste regole saranno operative dal giorno 11 novembre. Google permetterà ai propri utenti di scegliere se cedere o meno queste informazioni, comunque non userà informazioni appartenenti ad utenti minorenni. Questa mossa ha messo Google in salvo da critiche, le stesse critiche che hanno travolto Facebook quando fece la stessa cosa (alcuni utenti citarono Facebook in tribunale).
Per ora siamo “liberi di accettare”. Domani tuttavia nulla impedirà a colossi tendenzialmente monopolisti, di limitare o filtrare i servizi “gratuiti” disponibili in base a ciò che “siamo disposti a dare in cambio”. L’esempio è appunto Facebook. Dove puoi scegliere se accettare o meno. Ma attenzione, non basta “dire no” e chiudere il proprio profilo. Facebook è libero di usare sempre e ancora tutto il materiale e i dati precedentemente caricati. Quindi l’unica via sarebbe quella di perdere un’infinità di tempo a cancellare tutto, commento per commento, foto per foto, status per status.
Ma la chiave di tutto sta ancora nelle nostre mani.
Scegliere consapevolmente cosa mettere e cosa no online. Certo, i servizi web sono sempre più accattivanti e promettono di facilitarci la vita in cambio di qualche dato che possiamo anche considerare “poco rilevante” …oggi.
Ma quell’informazione domani verrà rivenduta, resterà in rete tra dieci anni quando avremo cambiato idea, città, relazione; verrà usata per valutarci per un posto di lavoro, comporrà il nostro profilo psicologico a nostra insaputa per un sondaggio, per una pubblicità, o per includerci in un gruppo sociale.
Queste oggi sono riflessioni e opzioni che abbiano noi, che siamo cresciuti con una rete “meno esigente” e meno invasiva e invadente, ma le generazioni future “partono e partiranno” da questa realtà, che sarà sempre più penetrante.
Un mondo in cui le grandi città hanno telecamere sufficienti per seguirci per tutta la giornata, come localizzarci con i nostri cellulari, monitorare i nostri acquisti: cosa scegliamo, dove lo acquistiamo e quanto spendiamo. Da queste informazioni in alcuni paesi dipende anche se hanno o meno accesso ad una polizia sanitaria, perché aumenta o diminuisce il “margine di rischio”. E tutte queste sono informazioni “derivate” per le quali nessuno ha mai dato un’autorizzazione,

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