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Michele Di Salvo
25 Sep

Saviano e i copincolla anticamorra

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  Roberto Saviano, camorra, legalità, giovani, giornalismo, giornali, televisione, plagio, diritti

Saviano e i copincolla anticamorra

È di questi giorni l’ennesima polemica su questioni di plagio legate agli scritti di Roberto Saviano. L’enfant prodige che dopo il romanzo Gomorra ha sfornato una raccolta di suoi articoli e… una raccolta di suoi articoli e monologhi.
La televisione crea personaggi, e da sempre succede che i personaggi creati dalla televisione finiscono con l’essere schiavi di se stessi, vittime - prima di tutto sotto il profilo psicologico – dell’ansia da prestazione e del tema che li domina, mentre loro pensano di dominarlo.
Non fa eccezione Saviano, cui senza dubbio, ed è bene chiarirlo, va il merito di aver portato all’attenzione “di massa” temi relegati in cronaca, spesso solo di giornali locali (a demerito di quelli nazionali) relativi alla grande criminalità organizzata. Quella che poi fa gli accordi con la politica, che ha contribuito a strane connivenze in maggioranze parlamentari sino a sottogradini si governo, e quella stessa che sposta miliardi (prima di lire e oggi anche di euro) nel tessuto dell’economia nazionale.

E questo merito resta, al di là dell’apparente opportunismo, della mania di protagonismo, del vittimismo spasmodico tipico del nostro tempo e per il quale se qualcuno muove critiche “è la macchina del fango” e c’è sempre qualche complotto e qualche potere occulto che ce l’ha con te, al di là anche delle sensibilità personali e delle antipatie o simpatie umane, e finanche oltre i talebanismi di una parte e di un’altra, e degli oltranzismi manichei che spesso emergono.
Non giova un certo carattere e i toni da mania di persecuzione, o inseguire a tutti i costi ogni occasione per mettersi in mostra… ma siamo umani, e ciascuno ha i propri difetti.

Chi fa un lavoro di inchiesta, qualsiasi tipo di inchiesta, sa che non esiste “un lavoro solitario”. Certo puoi essere “da solo” nel seguire le tracce e le piste e nell’avere un’intuizione su un fatto, ma resta che – sia nella polizia, che nella magistratura, e anche più nel giornalismo – certe inchieste le si fa con fonti, con persone, con riscontri. Ciò riguarda la piccola cosa, come la più grande. Anzi, quanto più è articolata una vicenda tante più sono le persone senza le quali non hai proprio nulla da raccontare.
Lo sanno bene gli inquirenti, che spesso proprio per ottimizzare un indispensabile lavoro di squadra, organizzano pool specializzati, di decine di persone. Pensiamo al primo pool antimafia, la cui storia e necessità di collegialità ha portato addirittura lo Stato a creare istituzioni vere e proprie con una propria struttura come la Dia e la Dda. Riflettere su questo è comprendere che fare insieme le cose è l’unico modo per raggiungere risultati veri. Laddove invece i vari protagonismi hanno solo – e lo dice la storia – favorito qualche carriera personale ma non hanno in alcun modo cambiato davvero lo stato delle cose.
Ragionamento anche più vero nel giornalismo, che non ha per il suo lavoro d’inchiesta, l’autorità e i “poteri” che giustamente ha a disposizione lo Stato.

Roberto Saviano nei suoi monologhi televisivi usa la parola legalità talmente tante volte e in tante accezioni che da sostantivo pare sia diventato un intercalare. Cosa buona per entrare nella testa delle persone e farne entrare un concetto spesso sottoclassato. Lo è meno se perde significato, o se se ne perde il significato “quotidiano” pensando solo a quello “aulico”.
Il primo luogo e momento della legalità vissuta è quello che ci tocca tutti quando nessuno ci guarda. Quando parcheggiamo la macchina in divieto o in doppia fila, quando facendo manovra graffiamo quella di un altro e non lo diciamo, quando non restituiamo il resto in eccesso al bar, quando non chiediamo scontrini e fatture. Peccati veniali per ogni cittadino, che lo sono meno per chi ne fa bandiera, ruolo sociale, e finanche mestiere.
Ancor più la legalità entra nelle nostre vite nella peculiarità del nostro lavoro. Se per il comune cittadino uno scontrino non richiesto può essere “cosa da poco” non lo è per un finanziere. Un parcheggio in divieto è cosa ben rilevante per un vigile urbano o un sindaco, dentro o fuori l’orario di lavoro. Una ricerca universitaria scritta da dottorandi e di cui il professore ordinario si “impossessa” è ben più grave dello studente che copia in classe. Se non entriamo in queste logiche è la stessa legalità che perde molto del suo senso e significato, e diventa meramente letteraria.

Per chi fa un lavoro intellettuale, qualsiasi esso sia, il primo momento di legalità è il rispetto della proprietà intellettuale. E questo rispetto deve essere direttamente proporzionale alla visibilità ed al ruolo ricoperto. Ancor più se per fare quel lavoro “intellettuale” c’è chi rischia, e rischia sul serio, spesso nell’anonimato e anche più spesso per paghe minime.
Ecco, per essere brutali, appropriarsi del lavoro altrui è negare il senso stesso di quel principio di legalità, è offendere la dignità del lavoro, è delegittimare lo scopo sociale ed etico di una professione, è minare alle fondamenta lo scopo di ogni battaglia contro la criminalità.
Criminalità organizzata che ha un fondamento preciso nel lucrare indebitamente sul lavoro altrui, che pone il privilegio e la conoscenza e al forza prima del merito e del lavoro onesto e sudato.
Che senso dunque ha parlare tanto di anticamorra se nel proprio lavoro non ci si adegua essendo effettivamente antitetici ai cardini sui cui la camorra si fonda?

Non tornerò su cose già dette, come ad esempio che Gomorra (date alla mano) è di fatto la sintesi (dialoghi e intercettazioni incluse) delle ordinanze e dei materiali di rinvio a giudizio dei processi Spartacus I e II. Basta leggere carte che pochissimi leggono. Per non parlare dei libri di Gigi Di Fiore, che non solo non è l’ultimo arrivato dei cronisti, ma che (anche qui date alla mano) di certe cose ha scritto ben prima di Saviano.
Che c’è di male però? Non molto, se l’autore di Gomorra, in poche righe avesse semplicemente citato le sue fonti. Un po’ peggio se si è arrivati alla sesta edizione per ottenere giudiziariamente che la Mondadori inserisse nel libro le moltissime pagine “non esattamente di Saviano”.
La serie comunque è lunga, e non dovrebbe stupire che riguardi un po’ tutto il lavoro di Saviano. Per un semplice motivo: non si fanno inchieste da soli, non si possono fare inchieste da soli, nessuno è onnisciente, e soprattutto un lavoro di inchiesta richiede molto tempo e molto lavoro.
Al di là del lavoro, che pure basterebbe da solo, è anche una questione di rispetto per gli altri, per i colleghi, quelli veri, che ogni giorno dai tanti “giornalini di provincia”, come dice Saviano (come se fosse un demerito qualitativo), buttano il sangue per raccontare il “lato oscuro” delle nostre città per aprirci gli occhi e contribuire a cercare di renderci cittadini un po’ migliori e un po’ più consapevoli.
E proprio per rispetto a loro, al loro lavoro difficile e malpagato, che però spesso ha portato ad inchieste importanti, che “il peccato veniale” di aver copiato intere pagine, non è solo veniale, ma un reato, che mina il senso intellettuale e delegittima moralmente qualsiasi impegno anticamorra.
Una camorra che vive di lavoro altrui da cui succhia il sangue migliore, che fa trionfare il demerito sul merito, che non riconosce alcun valore, che è disposta a tutto per un pezzo di potere.
Ma forse è anche colpa nostra, che viviamo in un tempo in cui abbiamo bisogno di icone e eroi (veri o fasulli o dopati conta poco) per immedesimarci sentirci senza fatica un po’ migliori. Basta dire che abbiamo visto Gomorra, che simpatizzavamo per Falcone, per assolverci di ogni piccolo peccatuccio delle nostre vite, e sentirci “anticamorra”.

Forse, un po’ tutti, prima di piangere i tanti cronisti morti che non possono più dirci la loro, dovremmo avere maggiore rispetto di quelli vivi, e del loro lavoro. Perché le uniche vittorie vere sono quelle che vinciamo tutti assieme senza protagonismi. Perché il senso di una società migliore sta nel fatto che siamo tutti un po’ migliori.
Forse cominciare a dire grazie ai nostri «cronistini di provincia» è un bel gesto per cominciare.
Il mio “di parte” va a due amici della mia età – tanto pagati male quanto stakanovisti: Claudio Silvestri e Arnaldo Capezzuto (non me ne vogliano gli altri).

Oggi Simone Di Meo ha scritto una lettera su “Il Tempo” che trovo sinteticamente esemplare e che credo vada riproposta.

Caro Direttore in una precedente vita ci è capitato spesso di occuparci di Roberto Saviano e delle accuse di plagio che giornalisti famosi e non, scrittori esordienti e «cronistini di provincia» (come li ha elegantemente definiti talvolta) gli hanno rivolto. Ho avuto la fortuna di essere il primo, in tempi non sospetti, a sollevare il caso e a ottenere giustizia per la mancata citazione in Gomorra di alcuni miei reportage pubblicati su Cronache di Napoli, lo stesso giornale cui la Corte d'Appello di Napoli ha riconosciuto un indennizzo di 60mila euro che Roberto dovrà pagare per aver copiato due articoli senza fare menzione della fonte. Non fu una scelta facile quella di contestare l'icona antimafia. Quando, all'epoca, osai difendere il mio e l'altrui lavoro dal saccheggio letterario di Saviano fui accolto con scetticismo e derisione non tanto dai colleghi quanto dai pasdaran della legalità da salotto. Conservo ancora le mail con cui mi auguravano la galera, mi anticipavano l'apertura di inchieste anticamorra a mio carico e mi mettevano in guardia sul fatto che se avessi continuato a chiedere conto a Roberto dell'origine del suo lavoro improbabili servizi segreti mi avrebbero «reso la vita impossibile». E tutto questo perché avevo denunciato ciò che pure un giudice adesso ha certificato: Saviano ha copiato dai giornalisti napoletani per scrivere alcuni capitoli del suo bestseller. Lo ha fatto allora e ha continuato a farlo anche dopo. Nel mio caso, per avere ragione delle risibili ricostruzioni difensive di Saviano, non fu necessario nemmeno adire le vie legali, che pure avevo intenzione di percorrere, ma bastò una semplice lettera del mio avvocato, Lucio Giacomardo. Non una lunga missiva giuridica, ma la semplice comparazione tra i testi dei miei articoli e le pagine del libro per mostrare la più lampante della verità: le parole, le frasi, i concetti erano identici. Ergo, l'ufficio legale della Mondadori per evitare forse altre noie al suo fuoriclasse si affrettò a rettificare il libro e a inserire a pag. 141 il mio nome come autore dello scoop copiato da Roberto. Non andai oltre né chiesi altro. Per me poteva bastare. Non per lui, però, che da quel momento ha sfruttato ogni occasione possibile per attaccare i giornali napoletani cui pure aveva attinto a piene mani dipingendoli come house organ della camorra e strumenti di diffusione della subcultura malavitosa campana. Perché si sia vendicato così, ancora oggi me lo chiedo.
Dicevo: non ai soli colleghi napoletani è stata scippata la possibilità di sentirsi coinvolti in un grande progetto culturale e sociale (cui Saviano ha dato carne e sangue) di ribellione alla prepotenza del crimine. Tanti altri sono stati marginalizzati e ridotti al ruolo di scomodi sparring partner. Ad esempio ai colleghi del settimanale albanese «Investigim» che hanno accusato la star antimafia di aver rubato un intero numero speciale della rivista senza far menzione della fonte. Ci sono poi stati i presunti plagi dello scrittore Giampiero Rossi, che si è ritrovato interi passi dei suoi libri sull’allarme amianto a Casale Monferrato recitati (ma senza citazione) nello show di Roberto a «La7», e del giornalista di «Oggi» Andrea Amato che si è riletto ampi stralci di una sua inchiesta sulla ‘Ndrangheta in un reportage di Roberto su la Repubblica. E che dire di Gianluigi Nuzzi che su Libero gli scrisse: «Non ci hai citati, pazienza. Anzi, peccato. Era un’occasione per mettere a tacere chi l’accusa di fare copia-incolla degli articoli di giornalisti, magari locali che si infilano nei vicoli della camorra per capire e scrivere. Senza scorta»? A inizio anno, ha fatto scalpore un tweet con cui Saviano ha denunciato la presenza di un boss a una trasmissione Rai. Che scoop! Peccato che la notizia l’avesse pubblicata, un anno prima, «Il Roma». Appena qualche mese fa, l’ultimo episodio: Saviano firma la prefazione del rapporto Legambiente sulle ecomafie. Come per magia, compaiono gli stessi concetti, le stesse frasi, le stesse parole usati poche pagine più in là dal giornalista Giovanni Tizian in un altro capitolo del dossier. In questo caso, per salvare Roberto, si sono presi la colpa del pasticciaccio i ragazzi che si sono occupati dell’editing. Caro Saviano, la verità non è fango. Il copia e incolla senza citare la fonte, piuttosto, cos'è?

Saviano e i copincolla anticamorra

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