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Michele Di Salvo
28 Jun

Travaglio, il Fatto e il giornalismo a 5 stelle

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  Marco Travaglio, Peter Gomez, Stefano Feltri, Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano, m5s, giornalismo, giornali, articolo 21

Travaglio, il Fatto e il giornalismo a 5 stelle

In questi giorni Grillo si è accanito contro la stampa in maniera particolare. Lo ha fatto per un calcolo preciso: io attacco i giornalisti, loro mi criticheranno per delle cose concrete, e io potrò dire “la solita macchina del fango, perché loro, casta, si sono risentiti dei miei attacchi, quindi è tutto falso per definizione”.
Nella lista dei “cattivi” di Grillo ci sono praticamente tutti; qualcuno no, ed infatti in questi giorni si è affrettato a fare da “ufficio stampa” della voce del vate – che prima con toni profetici intimava il pentitismo e poi è arrivato con toni se possibile più evangelici ad augurare una “cacciata dei mercanti dal tempio”.

Qualche tempo fa ho cercato di descrivere un fenomeno nel suo complesso, quello del rapporto di collegamento e riferimento ambientale tra Fatto Quotidiano e Movimento 5 Stelle.
Il vicedirettore Marco Travaglio in un box stile annuncio funebre – senza firmare il pezzo, e quindi senza metterci apertamente la faccia con il lettore – lo ha definito articolo demenziale che non meritava risposta.
Complimenti per lo stile, mi sarei aspettato di più e qualcosa di scritta meglio dopo tanti anni di giornalismo, ma tant’è. E tuttavia credo che quella risposta sia inaccettabile.

Definirsi sino alla noia come indipendenti non è un valore, ma una presa in giro verso i lettori.
Nondimeno avere la faccia – anche giornalistica – di dichiarare esplicitamente “da che parte si sta” dovremmo tutti cominciare a considerarlo un valore; certo, a meno che non ce ne si vergogni, o peggio a meno che l’unico marketing possibile per vendere il proprio giornale non sia attaccare gli altri come venduti e definirsi (non solo parafrasando) giornalisti a cinque stelle.
Non esistono giornali senza padroni, né giuridicamente né di fatto; ed allora perché negare cose evidenti? Perché negare che c’è una esplicita contiguità societaria che vede le stesse aziende lavorare con la Casaleggio, lavorare tra loro, esplicitare editorialmente un supporto quanto meno di limitrofità? Che male c’è nel dire che l’editore di Travaglio è anche la Casaleggio Associati, che questa lavora con Chiarelettere e Cadoinpiedi e TzeTze eche questi portali rilanciano contenuti e persone che scrivono nel Fatto Quotidiano?
Se di queste cose c’è ragione di vergogna non lo so, personalmente non credo; quello che credo fortemente è che negarlo, è un’offesa al’intelligenza e ai lettori, al pubblico.
Non credo che i lettori del Fatto comprino quel giornale solo perché si sentono ripetere che “il giornale non è schierato” – se lo pensa qualcuno al Fatto deve considerarli meno intelligenti di quanto non siano, e mi auguro che invece quel giornale i suoi lettori li stimi profondamente, come meritano.

Questa ostinazione e ostentazione di indipendenza poco si concilia con tutte le volte che una notizia viene “accantonata” solo perché “non è come noi vorremmo” o non può essere rigirata nella direzione coerente con la linea del giornale.
Per carità, niente di male, tutti i giornali scelgono cosa e quando dire, ma nessuno degli altri si dichiara più libero, più indipendente, più corretto o migliore degli altri. È questo il nodo.
E tutto questo senza entrare nella concezione che Travaglio ha, e che il Fatto sostiene, per cui ogni forma di accordo tra partiti sia in sé un inciucio – rivelando un’idea di democrazia in cui sia concepibile un “partito unico” al governo.
E quello che sostengo cercherò di argomentarlo senza ricorrere a pettegolezzi (so che Travaglio non si lascerebbe invece scappare l’occasione) e senza parlare di episodi poco edificanti, come ad esempio suggerire ad un movimento politico chi assumere e chi no, una “raccomandazione” da parte di chi fa della meritocrazia una bandiera ad un movimento politico nato per combattere certi fenomeni… [uno dirà “così fan tutti” si, ma gli altri non dicono “io sono migliore”]

Sostiene il Fatto che un giornale è davvero indipendente quando non riceve contributi pubblici.
Eppure anche semanticamente è il contrario, altrimenti perché difendere l’acqua pubblica e la sanità e l’istruzione pubbliche? Proprio perché solo se queste cose ricevono fondi pubblici possono essere “laiche” indipendenti e per tutti. Altrimenti, per tornare ad esempio ai giornali, dato che le vendite sono pari al 40% degli incassi, si dovrebbe dire che i giornali sono strumenti di chi “può permetterseli” con la pubblicità.
Non ci fraintendiamo, non credo che i giornali debbano vivere di risorse pubbliche, la riflessione sarebbe ampia ed articolata, e rinvio ad un post che ho scritto, oltre un anno fa, in tempi non sospetti, sul come la penso.
Dico solo che il contributo pubblico, nella situazione attuale del mercato, è un tampone che corregge le distorsioni di un sistema che va riformato, dalla diffusione alla pubblicità, nel suo complesso, e non certo togliendo un pezzo, per altro residuale.
[Sarebbe come risolvere la questione del debito pubblico eliminando la cassa integrazione.]
Ma questo tema apre tre riflessioni. La prima sul concetto di finanziamento pubblico, la seconda sulla dipendenza pubblicitaria e la terza sulla linea editoriale.

Sul finanziamento pubblico dobbiamo chiarire cosa intendiamo.
Se intendiamo la legge 250, questa riguarda giornali che hanno alcuni requisiti, non certo essere “di partito” (il finanziamento è stato abolito) ma riguarda la cooperativa giornalistica che gestisce la testata. Occorrono 5 anni di esercizio ed una determinata forma giuridica. La forma giuridica il Fatto ce l’ha (se non voleva quei fondi poteva avere un altro assetto societario) quello che manca è la longevità. Ed allora di quei fondi, prima di dire che “non li percepisce” aspetterei almeno l’anno dopo averne maturato i requisiti. Sempre che quel fondo esista ancora visto che è solo di 70milioni di euro.
Ma come ben sa chi amministra un giornale esistono altre forme di finanziamento, sempre pubblico, ed allora la domanda che rivolgo al Fatto, potete voi affermare che non beneficiate di alcuna forma di finanziamento pubblico?
Non beneficiate, che so, di sgravi contributivi, di crediti di imposta, di abbattimento costi sulla carta, di crediti di imposta e finanziamenti sull’innovazione tecnologica, di crediti agevolati? Nessuno di questi strumenti?

Sulla dipendenza dalla pubblicità, mi vengono in mente alcuni episodi.
Proprio Il Fatto a proposito dello spostamento della sede legale di Fiat Industrial in Inghilterra per ragioni fiscali che nessun giornale ne avrebbe parlato perché la Fiat in qualche modo “li ha comprati” – snocciolando le cifre della pubblicità di Fiat sui maggiori quotidiani. Questa non è una conferma implicita del ragionamento per cui dipendere dalla pubblicità condizionerebbe la linea editoriale? Perché a pensar male verrebbe da dire che quasi vi sia risentimento perché la Fiat non faccia pubblicità sul Fatto…

Sempre restando in tema “economia”, qualche giorno fa il Fatto ha dedicato praticamente quattro pagine a Marco Tronchetti Provera. Oddio, non me ne voglia l’imprenditore milanese, ma credo nessuno dei magnati peninsulari meriti così tanto spazio su un quotidiano, seppure per descriverne le peggiori nefandezze.
Ci si aspetterebbe un simile trattamento di approfondimento su tutti gli imprenditori che ne combinano di cose… e invece a ben vedere il Fatto non ha mai dedicato una sola riga di inchiesta su nessun imprenditore o azienda che faccia pubblicità sul suo giornale.
E uno direbbe “è ovvio, mica sono masochisti”. E io direi che hanno tutte le ragioni, ma anche questa non è forse una prova concreta del fatto che vivere di pubblicità “condiziona” la linea editoriale?
E sempre a pensar male verrebbe da ricordare un certo “accanimento” del Fatto verso Tronchetti Provera. Lungi dal pensar bene della maggior parte delle azioni di quest’ultimo, e certamente poco o nulla di quanto riportato dal Fatto è in sé falso (ci mancherebbe – come gli ho già scritto direttamente massima stima per Stefano Feltri). E nondimeno mi viene da ricordare che i guai di Provera sono cominciati quando è uscita fuori la storia delle “intercettazioni private” in casa Telecom Italia. E ricordo che tra i primi nomi di intercettati – ben prima che la Procura aprisse una formale indagine – compariva proprio Marco Travaglio.
Di più, sempre se la memoria non mi inganna, la questione telecom-intercettazioni venne rilanciata (includendo Travaglio) proprio da Beppe Grillo.
E – in questo caso la memoria invece non mi inganna – chi licenziò da casa Telecom Gianroberto Casaleggio fu proprio Tronchetti Provera. E lo licenziò non per antipatia personale, ma perché aveva portato un’azienda da 21milioni di fatturato ad un debito di circa 16. Tronchetti Provera gli tolse di botto i “sogni di gloria” della quotazione in borsa, bonus e stock-option incluse.
Ora, il dubbio che sorge è cosa ne sapeva Grillo delle intercettazioni “illegali”, se ancora la procura non aveva nemmeno avviato un’inchiesta su quei fatti e sulla dirigenza di Telecom Italia?
E soprattutto, un giornalista come Travaglio, così abile nel giornalismo giudiziario di inchiesta, come mai quel dubbio, su come mai quella vicenda fosse venuta fuori e chi ne fosse la fonte originaria, non se lo è mai fatto venire?

Ora resta la questione della linea editoriale.
Niente di male a cavalcare l’onda del risentimento popolare sugli sprechi pubblici.
Mi domando solo se la linea teorica non sia anche un calcolo di quanti lettori si possono guadagnare se altri giornali chiudono. Se questa linea proposta, di vivere solo di vendite non conduca a un giornalismo fatto di notizie rilanciate ed esaltate sull’onda della pancia popolare, degli umori, dei “titoli che fanno vendere”. Non sarebbe un bel giornalismo, né socialmente edificante.
Se la linea del vivere di pubblicità non sia in sé consegnare la stampa nelle mani della grande industria (che da noi si traduce in finanza e banche) perché di certo la piccola e media impresa italiana non ha questi budget.

Da ultimo mi chiedo quale linea editoriale sia quella fondata invece sul marketing del dire “noi siamo gli unici che non prendono quel contributo specifico… quindi diamo i buoni…” ed in qualche modo minare la credibilità altrui, e quindi del lavoro di colleghi con cui ci si vede tutti i giorni o con cui si è lavorato sino a cinque anni fa… e nel mentre guardarsi bene dal non dire anche al lettore che quel finanziamento non vi spetta per mancanza di requisiti.
In realtà io credo sia un mix di tutte queste cose, sottovalutando però pericolosamente le prime due.

Di certo è molto deludente che dei giornalisti “di mestiere”, che fanno questo lavoro da tanti anni, e, perché negarlo, hanno anche scritto pagine importanti e di grande dignità, cavalchino il malessere nazional-popolare del finanziamento pubblico per vendere copie, riscoprendosi contrari solo oggi, dimenticando con troppa faciltà alcune circostanze.
Antonio Padellaro – quando era giornalista e direttore – lo faceva quando il fondo per i giornali era di 700milioni di euro, e non di 70. E a quel tempo difendeva il contributo pubblico come strumento di democrazia e libertà.
Marco Travaglio, Peter Gomez, e tutti gli altri giornalisti del Fatto, hanno lavorato per vent’anni in giornali che gli pagavano lo stipendio anche con quei fondi pubblici, e non hanno mai sollevato la questione, mai immaginato di dire “mi decurto lo stipendio in proporzione” perché non accetto quei soldi.

Ora, va benissimo ogni ragionamento.
Detta francamente credo che il Fatto Quotidiano sia un giornale di grande dignità, fosse anche solo perché porta avanti la sua linea con coerenza e determinazione, spesso con coraggio. E sono qualità da apprezzare in un giornalismo che invece spesso ne difetta.
Sono stato tra i primi a sostenere che quella strada innovativa di quattro anni fa era una via da percorrere anche dagli altri giornali. Certo avvantaggiati dal venire dopo, e quindi partire dagli errori altrui e dall’aver imparato molto. E sono stato tra i primi a rammaricarmi della separazione di Luca Telese, sempre per quella mia concezione di come dovrebbero essere i giornali e del fatto che dovrebbero ospitare molte voci, anche dissonanti.
Però c’è qualcosa che non fa per niente bene né al giornalismo né alla società: credo che sia presuntuosa, arrogante, tendenzialmente mistificatoria, questa continua pretesa di essere i migliori, i più bravi, i più puliti, gli unici indipendenti… e se non sei con noi sei “dalla parte dei cattivi sulla lavagna”…
Volendo fare una facile battuta si direbbe “giornalisti a 5 stelle”.
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