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Michele Di Salvo
27 Aug

Un viaggio nel web globale

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  google, privacy, Pakistan, blog, libertà, Arabia Saudita, Tunisia, Gmail

Un viaggio nel web globale

C’è uno stretto legame tra globalizzazione e integrazione della comunicazione e lo sviluppo della rete. Quest’ultima è lo strumento e l’infrastruttura senza la quale di globalizzazione non potremmo neppure parlare, perché prima delle merci e delle persone, attraverso la rete si spostano informazioni, dati e denaro.
Nelle numerose declinazioni – sia quelle più miracolosamente salvifiche che quelle catastrofico distruttive – la rete è e resta quel non luogo in cui avviene la vita di tutti i giorni, anche quando non ci spostiamo da una scrivania.
E tuttavia questa affermazione deve necessariamente portare con sé una serie di aspetti immediati, e di cui non possiamo considerarci “non partecipi” e quindi non responsabili.
Quando in rete vediamo un film pirata, ascoltiamo musica in maniera non legale, quando scegliamo di acquistare un prodotto di indubbia provenienza, o scegliamo la banca per il nostro conto online, o scegliamo un prodotto proveniente da un paese in cui sappiamo (e la rete ce lo dice) viene adoperata manodopera infantile, o non vengono rispettate le leggi sulla tutela dei lavoratori o dell’ambiante, beh, in quel momento noi siamo complici di tutti questi processi, e del comportamento dei nostri “partner” di quella transazione.
Ne siamo complici e partner attivi, anche se comodamente seduti nella nostra stanza, al nostro computer, senza muoverci da casa. Anche quando visitiamo siti, commentiamo blog, leggiamo notizie e acquistiamo prodotti che sappiamo provenire da paesi che non rispettano i diritti umani, e sulle culture che siamo prontissimi, nella nostra vita “off-line” a commentare e condannare.
Ed allora ho cercato di fare un post unico che renda globale questa rete che abbiamo tutti davanti e nelle nostre case, proprio mentre leggete questo post.
Ricordandoci sempre che nel web anche ciò che appare gratuito ha sempre un prezzo e un mercato, e di base la nostra privacy e informazioni utili a vendere pubblicità di altrettanti prodotti e servizi che sempre in rete acquisteremo.
Vedetelo come un viaggio in rete… partendo dal motore di ricerca più grande del mondo, google, per arrivare in Pakistan, passando per l’Arabia Saudita e la Tunisia.
Nel mezzo però fermiamoci un minuto a dare un’occhiata a quei paesi in cui questo viaggio non è possibile farlo, perché cose semplici come YouTube e Gmail o Google o sistemi di blog come WordPress sono “bloccati” per legge o per sentenza. Se pensate che sia un fenomeno marginale, parliamo di una popolazione complessiva di oltre 2 miliardi di persone, che non accedono alla rete che conosciamo noi. La mappa è qui.

Google: “Chi usa Gmail non può pretendere privacy”

L'affermazione è contenuta in una memoria in risposta a una class action. L’udienza è fissata al 5 settembre prossimo presso la corte californiana di San Jose. Secondo i legali del colosso del web è come “chi invia una lettera a un collega: non può sorprendersi che l’assistente del destinatario apra la missiva”. Se mandate un messaggio di posta elettronica via Gmail non c’è alcuna garanzia di riservatezza. Perché “una persona non ha alcuna aspettativa legittima di privacy sulle informazione che volontariamente affida a terze parti”.

Il testo trapelato sta scatenando in rete un nuovo dibattito sul tema della riservatezza, a ridosso dello scandalo del datagate anche se in questo caso non c’entra nulla il governo, le agenzie di sicurezza o la sicurezza nazionale. Né vi sono “spie umane” che leggono e controllano la corrispondenza.
Secondo i legali che hanno avviato la class-action (azione legale collettiva in difesa di utenti e consumatori, tesa a ottenere risarcimenti e sanzioni che impongano nuove policy) Google violerebbe la legge sulle intercettazioni quando ‘scansiona’ le e-mail degli utenti per fornire loro pubblicità personalizzata. Nella memoria dei legali di Google si legge che coloro che decidono di “girare le proprie informazioni a terze parti”, come i servizi online di posta elettronica, non dovrebbero aspettarsi che tali informazioni rimangano private. “Così come chi invia una lettera a un collega non può sorprendersi che l’assistente del destinatario apra la missiva – si legge – così chi usa servizi web di posta elettronica non può stupirsi se le proprie comunicazioni sono processate dal fornitore del servizio durante la consegna”. Google aggiunge che limitare il campo d’azione del fornitore del servizio di posta elettronica sulle e-mail vorrebbe dire anche “criminalizzare” funzioni come i filtri allo spam, la posta ‘spazzatura’ o indesiderata, o la possibilità per l’utente di effettuare ricerche fra i messaggi inviati e ricevuti. La memoria legale di Google spiega inoltre che la società ‘scansiona’ sì le mail, ma con processi automatizzati, senza alcun occhio umano. In più la difesa cita i termini d’uso e la policy sulla privacy che gli utenti di Gmail sottoscrivono e nei quali si delineano i processi di scansione della posta elettronica.

Giusto o sbagliato che sia resta un nodo centrale: il servizio di posta di Google è gratuito, chi lo richiede sottoscrive un contratto in cui non autorizza la lettura “umana” della propria corrispondenza, ma la scansione meccanica si, e in maniera chiara quella legata alla sintassi ed al lessico alla ricerca di parole chiave per abbinare pubblicità.

La questione che si pone nel limitare questa scansione – a fini commerciali – è però strettamente legata ad un’altra, e qui incontra un preciso limite. I paesi occidentali peraltro possono limitare relativamente la gestione dei dati di navigazione, dal momento che delegano in forma esplicita proprio a soggetti come Google il filtraggio di materiale pedopornografico, la segnalazione di violazioni in tema di terrorismo, traffico di droga e pedopornografia, e questi filtri e il registro di queste informazioni prevedono chiaramente che certi monitoraggi siano possibili e che vengano esplicitamente fatti.

Una rilevanza, quella di Google, messa ancor più in evidenza (se ve ne fosse stato bisogno) nella notte del 17 agosto, quando per la prima volta per 5 minuti il motore di ricerca e i servizi collegati sono "andati giù". Le rilevazioni hanno mostrato come sia diminuito l'intero traffico globale di oltre il 40% e sui socialnetwork la parola più usata e cercata fosse proprio "google".

Sette anni di prigione e 600 frustate al blogger che “con un forum su internet viola i valori islamici e propaga il pensiero liberale”

Raif Badawi è stato condannato a sette anni di prigione e 600 frustate. Il 17 giugno 2012, il blogger (classe 1982) saudita era stato arrestato con l'accusa di aver insultato l'Islam attraverso canali elettronici, e nel dicembre dello stesso anno è stata aggiunta l’accusa di apostasia, un reato per il quale è prevista la condanna a morte automatica. Badawi era già stato arrestato con l'accusa di apostasia nel 2008, ma subito rilasciato dopo un giorno di interrogatorio. Il governo gli ha vietato di lasciare il paese e ha congelato i suoi conti in banca nel 2009 mentre la famiglia della moglie ha presentato un’azione di divorzio in base alla presunta apostasia di Badawi.
Amnesty International ha seguito l’intero processo sulle nuove accuse del 2012 e lo ha definito un “prigioniero di coscienza” detenuto unicamente per aver esercitato pacificamente il suo diritto alla libertà di espressione.
Un portavoce del gruppo ha dichiarato che, "anche in Arabia Saudita, dove la repressione statale è diffusa, è inaccettabile per chiedere la pena di morte per un attivista, il cui 'crimine' è stato solo permettere un dibattito sociale online". Uman Rights Watch ha chiesto al governo di lasciar cadere le accuse, affermando: "Le accuse contro di lui, in base esclusivamente al coinvolgimento di Badawi nella creazione di un sito web per la discussione pacifica sulla religione e le figure religiose, violano il suo diritto alla libertà di espressione".

Badawi è comparso davanti a un tribunale distrettuale di Jeddah il 17 dicembre 2012 accusato di "creazione di un sito web che mette in crisi la sicurezza generale" con l’aggravante di "ridicolizzare figure religiose islamiche" e di "violare il dovere di obbedienza al padre".
Lo stesso giudice ha rinviato Badawi ad un tribunale superiore per l'accusa di apostasia dichiarando che egli "non poteva dare un verdetto in un caso di apostasia". Il tribunale superiore ha rifiutato di prendere in esame il caso rinviandolo nuovamente al tribunale di grado inferiore. Non è chiaro che cosa sarebbe successo, ma fonti vicine a Badawi hanno affermato che questi rinvii sarebbero il modo per tenerlo in carcere senza condanna, un verdetto di colpevolezza che dovrebbe far scattare forti critiche in occidente.

Il 30 luglio Raif Badawi è stato definitivamente condannato a sette anni di prigione e 600 frustate per avere – si legge nella sentenza – “realizzato un forum su internet che "viola i valori islamici e propaga il pensiero liberale”; la sentenza prevede ovviamente anche la chiusura del sito, che in via preventiva era già oscurato da gennaio.

Tunisia, Amina prosciolta “nessun oltraggio”.

Per l’occidente la primavera araba è stato un processo che doveva portare democrazia, libertà e diritti civili nei paesi islamici. Presi dalle vicende drammatiche di Egitto, Siria, Turchia, Iraq, Palestina, non vediamo ciò che avviene ad esempio in Tunisia, dove in meno di tre mesi sono già due i leader dell’opposizione laica che sono stati brutalmente ammazzati sotto casa. Ciò che certamente non contribuisce alla pacificazione interna e semmai radicalizza i partiti di ispirazione religiosa radicale a discapito di quelli laici, e ciò ha inevitabili ripercussioni anche sulla vita quotidiana delle persone.
La corte tunisina non ha riconosciuto l’accusa di oltraggio ad Amina, l’attivista Femen arrestata lo scorso maggio con l’accusa di profanazione di tombe e possesso di gas urticante. La ragazza resta in attesa del rinvio a giudizio per “profanazione di tombe” e “offesa al buon costume” per aver scritto la parola “Femen” sul muro di un cimitero, mentre è stata condannata al pagamento di una multa di 300 dinari (circa 150 euro) per il possesso di una bomboletta di gas lacrimogeno.
La magistratura tunisina ha decretato il non luogo a procedere nei confronti di Amina Sboui, la giovane attivista delle Femen accusata di oltraggio e diffamazione dopo aver denunciato maltrattamenti da parte di alcune guardie carcerarie.
“E’ una vittoria, si è iniziato a capire chi è ingiustamente perseguitato” ha detto l’avvocato di Amina, Ghazi Mrabet. “Sono contenta per questa decisione che mi rassicura per il futuro, ho ripreso fiducia nella giustizia”, ha detto la madre di Amina.
Lo scorso marzo Amina Sboui venne alla ribalta dei media occidentali per aver “dato scandalo” pubblicando su Facebook le sue foto in topless, alla maniera di protesta delle attiviste Femen.

Pakistan, reality show: rispondi a domande sul Corano e hai un bebè in regalo

Non solo preghiera durante il Ramadan. Seguitissime sono le soap ma soprattutto i reality, incentrati su temi religiosi, che tengono incollati alla televisione milioni di persone, contendendosi in maniera sempre più aggressiva share da capogiro.
Sono numeri impressionanti quelli degli ascolti tv di questi giorni, in paesi a forte tensione religiosa, come per esempio il Pakistan, dove si toccano punte dell’80% delle televisioni accese, con un pubblico incollato a vedere show stacanovisti anche di otto/dieci ore.
Le ore diurne appunto, sino al tramonto e alla fine della giornata di Ramadan – il mese di digiuno islamico, simbolo di umiltà, consolidamento della fede ed introspezione nella pratica musulmana.
La lotta per gli ascolti in tv anche in Pakistan impone maratone di intrattenimento senza scrupoli. Non solo secondo la nostra morale, ma con scelte che fanno discutere anche in patria.
Tra questa quella di Aamir Liaquat Hussain, ultra popolare personaggio televisivo in bilico tra il santone, il guru e lo showman che ha segnato il nuovo “record da battere” (con una punta al 63% di share). Il suo nuovo programma shock sta facendo discutere il Pakistan, e attraverso la rete tutti i paesi islamici. Si chiama Amaan Ramzan, oltre dieci ore di show in onda sul canale pakistano Geo, in cui il controverso Dr. Aamir Liaquat Hussain, in un segmento del programma ha consegnato ad una giovane coppia di partecipanti un bebè, uno dei “premi” in palio per il telequiz incentrato sulla conoscenza del Corano. E questa volta lo show ha sbancato anche online.

La bambina era stata salvata dalla Chhipa Welfare Association, una ong attiva in Pakistan col compito di occuparsi di bambini abbandonati. Il presidente Ramzan Chhipa, presente durante la “premiazione” in diretta, ha chiarito che le coppie dei partecipanti alle puntate dello show sono in realtà iscritte al progetto della ong ed hanno già partecipato ad alcuni colloqui obbligatori per rientrare nella lista di aspiranti genitori adottivi. In accordo con lo staff di Hussain, la consegna del bebè è però avvenuta senza che i due fossero messi al corrente, invitati a partecipare alla trasmissione come semplice audience in studio.

L’operazione potrebbe apparire formalmente meritoria, se non fosse che nel paese in cui i bambini non hanno alcun diritto, menchemeno civile, in cui Iqbal Masih potrò alla luce lo sfruttamento del lavoro di bambini anche di quattro e cinque anni, in cui Malala, a 14 anni, è stata sparata dai talebani per aver rivendicato il diritto di studiare, ancora una volta si ripropone il problema – culturale non certo religioso – del bambino oggetto, trofeo, e in questo caso premio da talkshow.

Riz-ud-din, il marito della coppia, ha spiegato ai microfoni di Amaan Ramzan che da 14 mesi i due provavano ad avere un figlio, senza risultato, e che contro le pressioni della società – che lo esortava ad un secondo matrimonio “fertile” – ha preferito avere pazienza e rimanere fedele a sua moglie. Felicità, solidarietà, lacrime di gioia, intrattenimento ed Islam: il mix di Amaan Ramzan è perfetto per i canoni del varietà pakistano di oggi, sapientemente sviluppato nel solco dell’entertainment di stampo americano alla Oprah Winfrey (quella che nella civilissima Svizzera di recente non ha potuto acquistare una costosa borsa perché nera, e quindi per la commessa non sufficientemente abbiente per definizione).

Il leader della rivoluzione dell’Islam in tv è proprio Aamir Liaquiat Hussain, tra la star televisiva e teleguaritore con un passato da giornalista sempre sulle reti di Geo. Dall’informazione Hussain migra a un talk show tutto suo, Aalim Online, dove sunniti e sciiti – branche dell’Islam in lotta fra loro in Pakistan – discutono di tematiche religiose: è un successo immediato che riceve anche il plauso del generale Musharraf, che nei primi anni 2000 aveva nominato Hussain sottosegretario agli affari religiosi.

Il New York Times ha dedicato lo scorso anno all’imbonitore televisivo uno speciale, rivelando che il “dottore” ha conseguito la laurea in studi islamici per posta, ottenendo il diploma presso un’università online spagnola. Affascinante, spigliato, indicato addirittura come sex symbol, Hussain è il re Mida dell’intrattenimento pakistano che oltre alla carriera televisiva gestisce anche una linea d’abbigliamento e una compagnia di pellegrinaggi alla Mecca, personalmente guidati a scadenza annuale.

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