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Michele Di Salvo
08 Mar

La Boschi la sinistra i giovani e la satira

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  satira, politica, Renzi, Boschi, Guareschi, Crozza, Raffaele, Ballaro', giovani

La Boschi la sinistra i giovani e la satira

La satira, quando è tale, non ha colore. Non attacca nessuno, ma mette semplicemente a nudo le contraddizioni del potere. Chiunque e comunque lo eserciti.
La satira è fatta sulla esaltazione, anche estrema, di caratteristiche fisiche, dialettiche, gestuali, comportamentali, ma oltre questa fisicità quello che evidenzia è un atteggiamento caratteriale, una inclinazione comportamentale, un vizio... che vanno oltre la dimensione meramente estetica, che altrimenti trasformerebbe la satira in semplice caricatura.
In anni in cui il potere è stato detenuto da uomini, e mediamente anziani, la satira è stata anche – è bene riconoscerlo – strumento per far emergere la goffaggine e l'acronisticità della politica. Di questo i "giovani politici" hanno senz'altro beneficiato.
In anni in cui il potere era esercitato da "un certo centro destra", la satira è stata anche – è bene riconoscerlo – strumento per far emergere aspetti "marci e corrotti", megalomani, talvolta surreali e grotteschi di un intero contesto, osando dove mai hanno osato parlamentari d'opposizione giornalisti di cronaca e magistrati.

E tuttavia quelle generazioni, e quei politici, avevano digerito – semmai controvoglia – la necessità strutturale, talvolta catartica, della satira come "esercizio del diritto di critica" collettiva, quella funzione carnevalesca che insegnava ai potenti (all'epoca assoluti e plenipotenziari) anche l'arte del ridere di se stessi, e la forza della grazia e della tolleranza.
Giovannino Guareschi, il papà di Don Camillo e Peppone, nel 1950, fu condannato con la condizionale a otto mesi di carcere nel processo per vilipendio al Capo dello Stato, per una vignetta che oggi considereremo quasi banale. I tempi cambiamo, ma le classi dirigenti della prima repubblica avevano imparato a gestire la satira ed a conviverci.
Non senza qualche denuncia ogni tanto, per carità, ed anche quando la satira correva, per così dire, senza alcun freno. A volersela prendere, cosa avrebbero dovuto fare Giulio Andreotti con Noschese, o Bettino Craxi con Forattini, solo per citare due esempi a caso.
Le cose sono un po' cambiate quando, con la seconda repubblica, è venuto meno il rapporto diretto tra cittadini e politici dovuto alle preferenze: era un esercizio "di stile" anche quello, dover stare tra le persone e accettare la critica – oltre che la satira – in una palestra costante, che forse i nostri politici hanno talvolta dimenticato.
Poco conta che siano i figli di Tunnel, di Avanzi, del Pippo Chennedy show o dell'Ottavonano, o anche del Bagaglino...

Se in tempi recenti, la satira che faceva ridere a sinistra quando "commentava" Berlusconi faceva "meno ridere" a sinistra quando chiosava Prodi, c'è da dire che, almeno, se Berlusconi "esiliava Luttazzi" Prodi sorrideva... già, vecchia scuola. E una differenza di reazione che sapeva diventare peso politico.
Oggi le cose sono un po' più complicate, perché oltre ad esserci una semplice alternanza destra-sinistra al governo, quella che cambia è anche la generazione che guida le istituzioni. Giovani abbastanza propensi a fare ironia, ma a quanto pare ben poco e certamente meno a subirla.
E allora succede che Laura Boldrini si risenta, appena nominata Presidente della Camera, per un chiaro fotomontaggio satirico, e sguinzagli la polizia postale di Roma in caccia del pericoloso criminale della rete.
E allora succede che Matteo Renzi "sorrida poco" per l'ironia di Crozza, e che Maria Elena Boschi sorrida ancora meno per l'imitazione di Virginia Raffaele a Ballarò.

Eppure in quella satira c'è tanto da imparare per i nostri giovani ministri (dato che siamo coetanei mi do del giovane anche io per una volta).
Io rifletterei non poco al loro posto su quello che ha "toccato la sensibilità" della Raffaele, o di Crozza. Forse quello che loro hanno colto, come tratto da estremizzare, è una profonda consapevolezza della forza "attrattiva" dello slogan, ma che al contempo, nel ruolo di ministro, richiede (ed è il Paese reale a chiederlo, non certo la satira) una concretezza maggiore di quella che rischia di essere o apparire solo qualche, bella, bolla di sapone.
Forse c'è da leggervi un bisogno, collettivo, espresso in maniera catartica dalla satira, più che una critica semmai ad personam, come se ci fosse dell'antipatia o del rancore personale, come spesso noi giovani siamo portati a sentire.

A noi, che siano i figli di Tunnel, di Avanzi, del Pippo Chennedy show o dell'Ottavonano, o anche del Bagaglino, e che ridevamo, viene richiesta altrettanta autoironia a ruoli invertiti, perché questo è il ruolo dell'esercizio del potere e quello il ruolo della satira.
Un po' di autoironia non fa mai male in politica, ma ancor più vale imparare dalla satira a vedere ciò che noi, spesso, di noi stessi, non vediamo. E questo è un regalo prezioso per cui la satira è un bene collettivo irrinunciabile, dai tempi di Aristofane.
E il rapporto tra satira e politica – se ci riflettiamo – è anche l'indice più alto del livello di democrazia e libertà di una società, che va ben oltre quanto può o meno riportare un codice penale.


A margine di questa vicenda Michele Anzaldi, un fedelissimo della Boschi, scrive una lettera alla presidente Rai Anna Maria Tarantola: “Si chieda se l’imitazione della Boschi è servizio pubblico”. Ovviamente per il parlamentare – segretario della commissione di Vigilanza Rai - di servizio pubblico non si tratta. “Mi permetto di chiederle – scrive - se condivide l’imitazione di Maria Elena Boschi a Ballarò e se ritiene opportuno che un ministro giovane, che finora ha dimostrato preparazione e capacità, sia ritratta come una scaltra ammaliatrice che conta solo sul suo essere affascinante. È questa l’immagine che il servizio pubblico della Rai, e Raitre in particolare, vuole dare alla vigilia dell’8 marzo?”
E qui però la cosa esula dal commento – e se posso dai consigli non richiesti di cui sopra – e diventa una "cosa seria", molto più di quanto non possa immaginare evidentemente lo stesso Anzaldi.
Intanto perché ritengo che alla vigilia dell'8 marzo sarebbe il caso che se il ministro, giovane, donna e avvocato, ha qualcosa da scrivere ad una Presidente della Rai sarebbe bene, oltre che opportuno, lo facesse da sé.
In secondo luogo perché – ed è grave lo dimentichi il segretario della commissione di vigilanza ed indirizzo – la satira è forse il più alto servizio pubblico. In senso letterale, etimologico, funzionale, culturale, sintattico, sociale, pedagogico, politico ed anche istituzionale e costituzionale.
E stupisce che, per partigianeria, una missiva come quella la scriva un giornalista professionista e di lunga esperienza, politica e parlamentare.

Sia chiaro, che gli attacchi alla Boschi siano "un po' troppi", molti sopra le righe, e taluni – come quelli recenti di Enrico Lucci delle Iene – oggettivamente offensivi, è un fatto. E nessuno li giustifica. Nondimeno fare le distinzioni – anche tenendo a freno i nervi – aiuta tutti anche ad evidenziare la differenza – e al distanza – tra ciò che è satira e ciò che è offesa gratuita.
Forse anche la censura sul comportamento di Lucci sarebbe stata più forte e rimarcata, se di fronte alla Raffaele ci fosse limitati ad un sorriso.

Giovannino Guareschi, il papà di Don Camillo e Peppone, nel 1950, fu condannato con la condizionale a otto mesi di carcere nel processo per vilipendio al Capo dello Stato, per questa vignetta

Giovannino Guareschi, il papà di Don Camillo e Peppone, nel 1950, fu condannato con la condizionale a otto mesi di carcere nel processo per vilipendio al Capo dello Stato, per questa vignetta

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guido 03/11/2014 14:34

alle elezioni ho sempre votato pd, e quando ho visto l' imitazione della boschi mi sono trovato piegato in due dalle risate. vorrei proprio pensare che l' esimio anzaldi sia stato prewsoda raptus censorio di suo, non che sia stato mandato a mo' di testa d' ariete da terzi ...