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Michele Di Salvo
10 Jan

La Tobin-tax che non si farà

Pubblicato da micheledisalvo  - Tags:  Attualità, Economia, economia, finanza, mercati, Tobin, tobin tax

Intanto cerchiamo di chiarire in parole semplici cos’è la cd. Tobin Tax. È una imposta addizionale, in misura percentuale, che il prof. Tobin (premio nobel per l’economia e tra i padri della scienza della finanza) immaginò per “cautelare” le economie dagli effetti più deleteri e dalla parte “distruttiva” (sono definizioni sue) della degenerazione della finanza. Prima di quella che chiamiamo “globalizzazione dei mercati” Tobin aveva infatti intuito che da un lato il mercato finanziario non seguiva solo la sua vocazione “costruttiva”, ovvero assolvere alla sua funzione di allocazione delle risorse e degli investimenti, in logiche di breve, medio e lungo termine. I facili e immediati guadagni dovuti ai “rimbalzi” delle quotazioni aveva generato (e da qui la sua analisi sulle grandi crisi finanziarie dell’ultimo secolo) una finanza parallela e “distruttiva” che, attraverso negoziazioni continue, e lo spostamento rapidissimo delle risorse finanziarie, avrebbe potuto determinare gravi scompensi, ed anche rialzi e ribassi assolutamente ingiustificati dei titoli, dettati esclusivamente da considerazioni speculative, provocando gravi perdite soprattutto ai piccoli risparmiatori. Queste considerazioni sono tanto più vere oggi (e quasi le consideriamo dei dati acquisiti) quanto più il mercato dei capitali è diventato interconnesso e globale, e quanto più si è diffusa la pratica del trading “personale”. Un rimedio “sistemico” Tobin lo aveva individuato facendo una distinzione tra l’investimento finanziario di medio e lungo termine, che andava premiato in funzione non solo del ruolo essenziale alla crescita ed allo sviluppo, ma anche in contrapposizione a quello speculativo, che andava disincentivato ed in qualche modo regolamentato, immaginando appunto una “tassa” da applicarsi come addizionale alla commissione praticata dalle banche, per ogni movimento di acquisto o vendita operato da un soggetto in un tempo considerato “speculativo” – che usciva quindi dalla logica di investimento nel tempo. Le risorse così raccolte, indicava Tobin, sarebbero dovute essere impiegate per ripristinare gli equilibri finanziari, certamente comunque ridotti dalla tassa stessa, che avrebbe reso meno remunerativo il trading speculativo.

Il nodo centrale, da parte di un po’ tutti i governi, è che una tassa di questo tipo, introdotta unilateralmente, danneggerebbe solo il paese che la propone, dal momento che inevitabilmente i finanzieri e gli speculatori si “sposterebbero” su mercati meno tassati e quindi più vantaggiosi. Questo significa anche, direttamente, meno commissioni per le banche nazionali di quei paesi, e meno redditività per le imprese finanziarie. Questa anche la tesi attualmente sostenuta dall’Inghilterra, Paese che da sempre ha conservato una propria autonomia non solo finanziaria e fiscale, ma anche e soprattutto monetaria, e che fonda gran parte della sua economia “verso” il resto dell’Europa propria su fiscalità e finanza di vantaggio. Ma è anche questa la ragione per cui si sta cercando un’intesa tra tutti gli altri paesi europei, per fare fronte comune e una politica fiscale (anche in questo senso ed in questa direzione) unitaria. Certo, sarebbe semplice per la finanza mondiale scegliere di “disertare” un solo paese, molto più difficile farlo con l’intera Europa, che attualmente, comunque e nonostante tutto, conta il 35% del mercato finanziario mondiale.

Alcuni ostacoli tecnici vengono ad esempio dal fatto che la borsa italiana spa è “fusa” con la sua omologa inglese, e così alcune delle società di gestione delle camere di compensazione. Molto complesso poi l’aspetto legato alla soggettività giuridica dell’operatore, e quindi dalla sua nazionalità per poter verificare le condizioni di applicazione della tassa. Per evitare, anche in questo caso, che intermediari “offshore” possano operare in un mercato tassato per tutti ma non per loro. Non sarebbe poi chiaro, proprio in virtù delle caratteristiche della interconnessione tra i mercati e gli stati, specie quelli europei, chi e come gestirebbe le risorse raccolte attraverso questa nuova tassa (e sotto questo aspetto la diffidenza tra gli stati pesa notevolmente).

Al di là tuttavia di queste difficoltà tecniche, comunque affrontabili e superabili, la vera maggiore resistenza è dovuta alla debolezza della politiche dei governi che la dovrebbero introdurre prima ed applicare poi. In un sistema europeo debole, nel suo complesso, ed ancora più debole da un punto di vista finanziario, andare a “toccare” le banche e la finanza da parte di governi che “dipendono” mensilmente dalle aste dei titoli del proprio debito sovrano. Ridurre i margini di guadagno per le banche sarebbe una scusante gratuita per le stesse per non erogare denaro, il che di fatto alimenterebbe la recessione. Se e sino a quando lo spread di un giorno inciderà sulla vita di un governo, piuttosto che la finanza peserà sull’esito elettorale di un Paese, una vera riforma del sistema con cui agisce la finanza sarà impensabile.

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